Che sia davvero Cop dell'alba
martedì 22 novembre 2022

La “Cop dell’alba”. Così gli esausti osservatori hanno soprannominato il vertice Onu contro il cambiamento climatico, finito alle prime luci del mattino di domenica dopo una notte di trattative e una plenaria rinviata di ora in ora. Insonnia a parte, però, non può esserci definizione migliore. Nelle spesse tenebre della politica internazionale in cui siamo immersi, il summit di Sharm el-Sheikh ha fatto entrare un raggio, seppur piccolo, di luce.

Per una volta, i Paesi confinati alla periferia della geopolitica sono riusciti a far valere le loro giuste ragioni di fronte ai Grandi. Il riconoscimento dell’obbligo del Nord del pianeta, responsabile del riscaldamento globale, di assistere finanziariamente le nazioni che ne subiscono gli effetti più devastanti, è una pietra miliare nella diplomazia, non solo climatica.

La creazione di un fondo per le cosiddette “perdite e danni” subiti dai più vulnerabili è stato un tabù per trent’anni e ventisei Cop. Ogni volta le potenze mondiali avevano sepolto la richiesta sotto una coltre di giustificazioni, sempre meno credibili e sempre più ostinate. La stessa tecnica che hanno cercato di replicare nelle ultime due settimane di trattative egiziane. Se questa volta non ci sono riusciti è stato per la capacità del Sud globale di giocare una doppia partita.

Nel perimetro dell’imbandierato centro congressi, gli Stati di Africa, Asia, America Latina e Pacifico si sono posti nei confronti delle altre delegazioni come un unico blocco. Sono, cioè, stati in grado di lasciare fuori dalle stanze del negoziato le divergenze politiche e storiche che da sempre li contrappongono. Riuniti compatti nel Gruppo dei 77 – che include l’85% degli abitanti del pianeta – hanno gridato a una sola voce: giustizia climatica. Allo stesso tempo, hanno saputo spiegare le loro ragioni e coinvolgere nella loro lotta l’opinione pubblica internazionale, a partire dai giovani. Non c’è stata manifestazione nelle ultime settimane, a Sharm el-Sheikh come nel resto del mondo, dove i ragazzi dei vari movimenti ambientali non abbiano cantato: “Basta bla bla bla, pagate i danni ora”. Due lezioni preziose in tempi di rassegnazione e di smobilitazione di troppi pezzi di opinione pubblica.

Certo, quello portato dalla “Cop dell’alba” è appena un tenue barlume: ci vorranno due anni perché il meccanismo finanziario diventi reale e, prima o dopo, potrebbe essere svuotato di contenuto. Lo stesso accordo che cerca di riparare, inoltre, le conseguenze del cambiamento climatico, fa ben poco per rimuoverne le cause. Sforbiciata alle emissioni e eliminazione dei combustibili fossili non sono nemmeno un impegno di inchiostro. Gli appelli dell’Unione Europea a tenere alta l’ambizione si sono infranti contro il muro di gomma eretto dalle potenze petrolifere. Anche questo fallimento, tuttavia, contiene un insegnamento essenziale. Di solito, nelle precedenti Cop, a combattere per il contenimento dei gas serra è stata una coalizione formata da Bruxelles e dalle nazioni sulla linea del fronte dell’emergenza climatica, come le isole di Caribi e Pacifico, sul punto di affogare.

Tale alleanza è stata la forza motrice dell’avanzamento, pur lento, dal “vertice della Terra” da Rio a Glasgow. Stavolta, però, il sodalizio non ha potuto rinnovarsi. Con poca lungimiranza, la rappresentanza europea si è allineata alla posizione Usa di chiusura netta sui danni ai Paesi poveri. Quando, alla vigilia del finale, ha cambiato linea, cercando una mediazione, era troppo tardi. Il baratro scavato con le nazioni insulari e le altre “terre di frontiera” era troppo profondo.

La stessa insistenza sul non perdere di vista le conseguenze del riscaldamento globale è suonata come un intento di disimpegnarsi dall’affrontare le conseguenze, le quali oltretutto ricadono soprattutto sulle spalle altrui.

Se, un anno fa, a Glasgow, avesse preso le distanze dall’intransigenza americana; se avesse guardato le lacrime di delusione dei negoziatori africani, asiatici, pacifici e latinoamericani all’uscita dallo Scottish event campus; se avesse prestato attenzione alla determinazione con cui promettevano: “L’anno prossimo non accetteremo un altro rinvio”; se avesse dato seguito agli inviti, dentro e fuori Sharm el-Sheikh, del segretario dell’Onu Antonio Gutérres, dell’opinione pubblica, di papa Francesco, a garantire la giustizia climatica; forse, l’Europa dei Ventisette avrebbe avuto la forza morale e politica per pilotare il salto in avanti. Ma stavolta possiamo registrare comunque questo passo. Se sarà irreversibile, si potrà dimostrare davvero storico e diventerà il trampolino verso un cammino più spedito. Tutto dipenderà dalla capacità di far tesoro delle lezioni della “Cop dell’alba”.

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