sabato 29 settembre 2012
COMMENTA E CONDIVIDI
​Sarebbe un risultato eclatante quello a cui punta Federica Sciarelli, dedicando buona parte di "Chi l’ha visto?" alla piccola Yara, morta ammazzata nel novembre 2010, che ancora attende giustizia. Le indagini sono a una svolta delicatissima: la polizia ritiene di avere individuato il dna dell’assassino, di aver trovato a quale famiglia appartiene, da quale padre discende, e di poter risolvere il caso "testando" i figli di quel padre. Ora, quel padre, morto nel 1999, ha due figli che vivono nella sua famiglia. Sono stati controllati. Nessuno di loro è l’assassino. Ergo, l’assassino dev’essere un altro figlio, sconosciuto, che non vive in quella famiglia, perché non è nato in quella famiglia, non è figlio di quella madre. Un figlio illegittimo, nato da un’altra donna, e vivente chissà dove. Costui quella sera deve avere incontrato Yara, non sappiamo esattamente dove, l’ha condotta in quel prato immerso nel buio, non lontano da una discoteca, e lì l’ha uccisa. C’è il suo dna sui vestiti e sul corpo di lei. Basta trovare quest’uomo e il caso è risolto. Ma su chi si può far leva per conoscere l’identità di quest’uomo? Chi può dire: "So chi è il figlio illegittimo di quel padre"? La polizia, a quanto pare, pensa: la madre. Solo lei. È possibile che, intorno a lei, nessun altro in paese sappia di chi quel ragazzo è figlio. Se la donna è sposata, è possibile che neanche suo marito lo sappia. È possibile che non lo sappia neanche il ragazzo, fermo restando che, se ha ucciso Yara, questo lui lo sa di sicuro. Non resta dunque che la madre. La madre deve sapere che quel figlio l’ha avuto con quell’uomo e che, se il dna di quel figlio è nel luogo del delitto, quel figlio è l’assassino. Cosa spera la polizia? Cosa spera la tv, con quella trasmissione? Sperano che la madre parli. Che dica: "Avete trovato il dna del padre dell’assassino, mio figlio è figlio di quel padre, sia fatta giustizia". Sarebbe bello che questo fosse lo sviluppo e la conclusione della tristissima storia. Sarebbe una conclusione, come dire, etica. Farebbe capire a tutti che la giustizia è un valore a cui tutti gli altri valori si sottomettono. Per giungere a tanto, quella madre dovrebbe sentire che la vita di un figlio che ha ucciso può tornare a essere vita solo se il figlio è disposto ad espiare, a percorrere la strada della redenzione. Avere in casa un figlio che ogni mattina esce, va al lavoro, alla sera si trova con gli amici, parlano delle loro cose, ognuno riempie l’affetto e l’amicizia degli altri, poi ognuno torna a dormire, è la gioia della vita. Ma se sai che tuo figlio ha ucciso, non confessa, non si denuncia, costruisce la sua vita sulla morte di una bambina di 13 anni, e applica il disumano "mors tua vita mea", tu, vivendo con questo figlio, muori ogni minuto che vivi. Quando viene ucciso un figlio, le madri che vengono a saperlo pensano subito a sua madre: come farà adesso? riuscirà a vivere? Qui, la madre del figlio che ha ucciso deve, per far parte dell’umanità, sentirsi madre anche della figlia uccisa. E non può non fare per lei tutto quello che deve fare. Darle giustizia. Fare in modo che il figlio espii. Affinché torni a essere un figlio. Questo pensa la polizia. Questo pensa, forse, la tv che ha dedicato una trasmissione al problema. Se questo non avviene, se la madre dell’assassino sa chi è ma non lo dice, vuol dire che, come madre di quel figlio, non sente alcuna fraternità con le madri degli altri figli, ma sente la sua famiglia come una cellula isolata, per lei non c’è che la sua famiglia, il resto dell’umanità è fatto di estranei o nemici. Siamo tutti in attesa di vedere se questa madre esiste, se si fa viva o no. Personalmente, ragionando su com’è fatta tanta parte della società di oggi, penso, e temo, di no.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: