Perù: 180 minuti, il tempo di tenuta della democrazia
domenica 11 dicembre 2022

Il 5 aprile 1992, Alberto Fujimori comparve sulla tv peruviana per comunicare la chiusura del Parlamento, effettuata poco dopo dall’esercito. Erano trascorsi due anni dall’elezione del “presidente- outsider”. Per i successivi otto, avrebbe governato per decreto, trasformandosi in un dittatore. L’ultimo del Novecento latinoamericano, il secolo dei golpe militari, delle rivoluzioni mancate, delle guerriglie a oltranza, della repressione controrivoluzionaria. Il suo regime si è macchiato di innumerevoli violazioni dei diritti umani per le quali l’ex leader sconta una condanna a vita nel carcere di Barbadillo.

Non stupisce, dunque, che trent’anni, otto mesi e due giorni dopo, quando Pedro Castillo ha voluto replicare la strategia del predecessore, il traffico di Lima sia andato in tilt. E l’artiglio della paura abbia infilzato il Perù. Il 7 dicembre 2022, il maestro venuto dalle Ande, il sindacalista radicale, marxista e populista ha annunciato lo scioglimento del Congresso con cui, per sedici mesi, aveva combattuto un’estenuante guerra istituzionale. Lo ha fatto con un messaggio in tv, all’inizio del pomeriggio durante il quale i deputati avrebbero deciso, per la terza volta, sulla sua destituzione. Come Fujimori, anche Castillo è un outsider della politica, “l’uomo del cambiamento” chiamato a sciogliere i nodi atavici di corruzione e ingiustizia, a partire dalla riforma agraria e da quella tributaria. Come Fujimori, anche Castillo ha accantonato presto le sue promesse ed è scivolato nella palude della cattiva gestione, finendo risucchiato in un turbine di cinque gabinetti governativi e ottanta ministri sostituiti in meno di un anno e mezzo. Come Fujimori, anche Castillo ha creduto di poter uscire dal pantano con la forza.

A differenza del primo, però, la sua illusione non è durata nemmeno centottanta minuti. Fin da subito, uno dopo l’altro, ministri, alleati e compagni di squadra hanno preso le distanze dalla manovra. Il Parlamento, invece di chiudere, ha accelerato votando quasi all’unanimità – appena quattordici dissidenti tra contrari e astenuti – la cessazione del presidente. Tre ore dopo l’avvio del colpo di stato, a decretarne la fine sono state le Forze armate che, con tanto di comunicato, hanno rifiutato di prendervi parte. Castillo, nel frattempo, ha raggiunto Fujimori a Barbadillo: l’autocrate mancato e l’ex autocrate condividono il medesimo penitenziario. Da buon allievo di Karl Marx, l’ex presidente avrebbe dovuto sapere che la storia può anche ripetersi due volte ma, quando lo fa, la seconda diventa una farsa. Il “ golpe monse”, l’hanno soprannominato i peruviani, espressione popolare che indica qualcosa di tremendamente assurdo e stupido. Grottesco.

Un autogol, insomma, più che un auto-golpe. È indubbio che l’ex leader abbia agito in modo quantomeno velleitario, senza verificare prima la disponibilità dei militari e di altri pezzi di istituzioni a seguirlo nello stravolgimento dell’ordine democratico. Tanto più che quasi certamente il Congresso, come in due precedenti occasioni, neanche stavolta avrebbe avuto i numeri per destituirlo. Poi però è arrivato lo strappo. E tutto è cambiato. È pure innegabile che, con sei presidenti in appena quattro anni, il Perù viva in una situazione di crisi politica permanente, effetto collaterale della propria “anomalia” costituzionale.

La Carta del 1993, unica al mondo, ha introdotto la questione della “vacanza” del presidente, decisa dal Parlamento per sua “incapacità morale”. Una definizione troppo ambigua per non trasformarsi in un’arma di ricatto del legislativo sull’esecutivo. Il golpe-lampo peruviano, tuttavia, è anche barometro del clima democratico dell’America Latina. Il lungo inverno degli interventi armati sembra appartenere a una stagione ormai conclusa. Parlare di “primavera della democrazia” è eccessivo. Ma le minacce sono ormai altre, in primis lo stravolgimento populista delle regole, la corruzione endemica e la diseguaglianza cronica. Negli ultimi trent’anni, però, in Perù la durata della tempesta autoritaria si è ridotta da otto anni a tre ore. Centottanta minuti è, in quest’ottica, il tempo della tenuta della democrazia del Continente in XXI secolo ancora da ben indirizzare.

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