venerdì 29 dicembre 2017

Caro Avvenire,
ero bambina, e quando a casa arrivavano le cartoline di padre Piero era per me una festa. Le ricordo con immagini coloratissime, gioiose, sempre nuove, sempre provenienti da Paesi diversi e lontani. Ma la gioia più grande me la dava vedere sul retro la calligrafia di padre Piero che fitta, fitta, talvolta anche contornando tutti i bordi della cartolina, generosamente ci donava racconti meravigliosi, quasi fantastici per me che bambina immaginavo e sognavo. Avevo un’altra zia, la zia Rosetta, missionaria in Zaire; lei, per amore e rispetto alla terra dove abitava che era diventata la sua famiglia, non ci raccontava nulla, diceva che non avremmo capito e, forse, aveva ragione; dovetti andare a trovarla di persona per scoprire dove abitava. Padre Piero invece con l’entusiasmo del giornalista e l’ardore del missionario era felice di raccontare e condividere ciò che aveva vissuto in giro per il mondo. E a noi bambini, Paola e Luca, figli di suo cugino Carlo, faceva sorridere quando ci diceva quanto erano buone le cavallette fritte, facendoci pensare, senza dire, a terre dove il cibo non era abbondante come per noi e dove i bambini non potevano fare i capricci per ciò che arrivava per cena. Da qualche anno ormai, padre Piero ci raggiungeva con le sue mail e i suoi blog a parlarci di Gesù e a testimoniarci che la fede trasmessagli dai suoi genitori (Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, avviati alla beatificazione) lo aveva sempre accompagnato e sostenuto. Grazie padre Piero, ti vogliamo tanto bene.

Paola Gheddo Torino

Quanto potere hanno le parole. Questa bella lettera in un istante mi ha riportato indietro, molto indietro nel tempo. Anche a casa mia arrivavano, quando ero bambina, cartoline da luoghi molto lontani, spediteci da mio padre, giornalista inviato di guerra. Ricordo però che le cartoline di mio padre portavano solo: «Ciao, papà», e nient’altro. Mentre quelle di Gheddo, apprendo, erano talmente fitte di parole che lo spazio della cartolina non bastava. Gheddo e mio padre si conobbero, in Vietnam, e passarono anche alcuni giorni assieme. Ne nacque un’amicizia duratura. Mi piacerebbe potere immaginare i dialoghi fra il missionario animato da una fede di roccia, e mio padre, che dalla Ritirata di Russia era tornato con la silenziosa certezza di un Dio assente. Chissà, mi chiedo, cosa si dicevano quei due, nel mezzo della guerra del Vietnam. Certo avranno condiviso un pezzo di quel parmigiano che mio padre, nato a Parma, sempre si portava dietro, religiosamente, nella sua vecchia caotica valigia. Ma, tornando alle cartoline, mi viene da domandarmi perché quelle di padre Gheddo ai nipoti erano fitte fitte di parole, e quelle di mio padre così laconiche.

Anche a casa, del resto, a noi bambini lui non raccontava niente o quasi dei mondi che aveva visto, mondi quasi sempre insanguinati dalla violenza degli uomini. Probabilmente pensava che non fossero cose da raccontare a dei bambini. Padre Piero, invece, traboccava di racconti. Forse perché la sua gran fede gli permetteva di riconoscere, anche nei luoghi più travagliati, il filo tenace di una speranza. Certo perché negli occhi dei bambini, delle madri, pure in Paesi tormentati, dal Vietnam alla Cambogia all’Etiopia, vedeva con certezza un’attesa di pace. Da adulta, e diventata giornalista, anche io ho conosciuto Gheddo. «Ah, la figlia di Egisto!», mi accolse con un abbraccio, e capii allora quanto bene voleva a mio padre. Mi colpì, nella sua apparentemente semplice persona di prete nato in un paesino del Vercellese, come una gran forza.

Era stato nei più sperduti e miserabili angoli del mondo, aveva visto la ferocia e la fame, eppure era un uomo assolutamente certo del fatto che la vita è un bene. Se ne era andato fino agli ottant’anni compiuti in giro per strade remote e pericolose, sempre seminando una parola, quella del Vangelo. E mi disse: «Io so, io ho visto che il Vangelo, là dove arriva, opera, e cambia la vita degli uomini». C’era, c’è, una positività travolgente in padre Gheddo. Chissà, mi sono domandata, che cosa gli ribatteva mio padre, e se non ha avuto la tentazione, davanti a una fede simile, di cedere, di convincersi. Lui che sulle cartoline scriveva solo «Ciao, papà», e tutto il resto era spazio bianco, silenzio, cose che non voleva raccontare. Mentre il suo amico sacerdote e missionario e giornalista scriveva con una grafia minuta, in fila zeppe di parole, e poi anche sui margini, perché lo spazio non gli bastava: tanto di bello aveva da dire ai suoi nipoti, pure da mondi in guerra. Certo com’era che, a ogni latitudine, Dio abita nel fondo del cuore di ogni uomo.

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