Le riflessioni del già governatore di Bankitalia su moneta ed Europa/1. Berlino e la grande inflazione


Antonio Fazio martedì 22 marzo 2016

​La riflessione dell'ex governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio. La lezione della storia per l'economia e la democrazia. 

Berlino e la grande inflazione
Un fantasma si aggira per l’Europa. È quello di un’economia sempre asfittica, nonostante le contromisure della Bce e gli sforzi dei governi nazionali. È materia di riflessione per Antonio Fazio, già governatore della Banca d’Italia (dal 1993 a fine 2005), che studia questa involuzione del quadro economico e sociale. Il testo affidato ad 'Avvenire' scaturisce da una serie di chiacchierate nella sua casa romana e nella natia Alvito, oltre che da alcune conferenze, in particolare dalla  Lectio magistralis  dell’11 settembre 2015 a Trento nell’ambito dell’evento '100 anni dalla Grande guerra'.  È una carrellata nella storia (domani la seconda parte, più legata all’attualità), per ripercorrere situazioni ed errori che rischiano di replicarsi. Una volta persa la flessibilità del cambio, le politiche attuate per fronteggiare la recessione hanno danneggiato ulteriormente le economie del continente, a partire da quella italiana (si veda il grafico in pagina). Con un’attenzione quasi ossessiva per la stabilità monetaria e per il controllo della 'corsa' dei prezzi stiamo scivolando verso la deflazione. Un fattore che determina la frenata negli investimenti, già messi a dura prova dalle cure draconiane inflitte ai conti pubblici. Così, fra bilanci ristretti, bassa crescita e alto debito si alimenta un circolo vizioso di cui non si vede l’uscita. Fazio, che nell’euforia del passaggio alla moneta comune fu quasi l’unica voce a prevedere che gli anni dell’euro sarebbero stati «un purgatorio», e che da banchiere centrale negli anni 90 bloccò in Italia l’inflazione, ci offre oggi la sua analisi. (E. Fatigante)Il problema dell’Europa esiste ed è serio. C’è un problema grave di disoccupazione e sottooccupazione: la principale fonte di disuguaglianza sociale e di conseguenze politiche, ancora non completamente espresse. C’è un problema serio di deflazione, che frena gli investimenti. E c’è poi il discorso dell’integrazione; fino a che non ci comprendiamo come lingua, ma anche come cultura, tutto è molto complicato. «Historia magistra vitae», diceva Cicerone. La storia è luce di verità. C’è una frase di Keynes, rivoluzionatore innovatore del pensiero economico e maggiore economista del XX secolo: «La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell’evadere dalle idee vecchie, le quali per coloro che sono stati educati, come la maggioranza di noi, si ramificano in tutti gli angoli della mente». È una frase valida ancora oggi per spiegare alcuni snodi della situazione economica. I l problema che deve stare a cuore agli economisti è l’occupazione. Lo sviluppo di una società si misura – a tutt’oggi – con il Prodotto interno lordo; ma l’ammontare del Pil è strettamente correlato con il tasso della buona occupazione. L’economista, se svolge la sua funzione di 'medico sociale' in qualsiasi campo, sia della politica economica sia della politica monetaria, deve avere davanti a sé questo obiettivo. Quando c’è disoccupazione la società non sta bene, la società è malata! La nostra Costituzione si apre col fondamentale articolo 1: «La Repubblica Italiana è fondata sul lavoro». Il lavoro è alla base dei diritti civili e della cittadinanza; il lavoro non è solo fonte di reddito, ma anche fonte di dignità. Ho la sensazione che ci siamo scordati, a livello politico, di questo fondamento. I grandi uomini e fondatori dell’Europa, De Gasperi, Adenauer, Schumann, lo avevano ben presente. Il fenomeno del non voto e del voto di protesta è strettamente legato a questa problematica. La crisi economica, la crisi di occupazione, ha delle profonde influenze politiche oltre che sociali.  Per studiare la storia dell’economia del tempo, occorrono serie analisi, altrimenti si fanno chiacchiere. Sempre Keynes nel libro «A Tract on Monetary Reform» del 1923 analizza l’inflazione dal 1913 fino ai primi sei mesi del ’23. Nel 1913 la Germania era la seconda potenza economica mondiale. Non abbiamo dati attendibili sul Pil, ma c’è l’indice della produzione di energia elettrica che era allora, più di oggi, fortemente legata all’andamento dell’industria. In Germania era maggiore di quella di Inghilterra, Francia e Italia tutte insieme. Nel 1914 viene meno il Gold Standard (il legame rigido tra il valore di una moneta e l’oro), che aveva di fatto garantito per vari decenni la stabilità mondiale dei prezzi. Le spese della guerra deprimono i valori delle monete, fanno crescere ovunque i prezzi. Nel Regno Unito i prezzi passano da 100 nel 1913 a 160 nel 1923; in Francia i prezzi si quadruplicano, in Italia quasi si sestuplicano. Nel Giappone si raddoppiano. Gli Stati Uniti, diventati oramai la prima nazione industriale del mondo, mantengono il Gold Standard fino agli inizi degli anni Trenta (lo congelano, a dire il vero, tra il ’17 e il ’23). Dopo il 1923 il dollaro è la moneta più stabile a livello mondiale. Ma guardate cosa succede in Germania, dove nella prima metà del 1923 i prezzi sono aumentati di migliaia di volte rispetto a dieci anni prima.  Parlo di questi aspetti della storia economica e monetaria, perché hanno inciso profondamente sulla storia politica e sulla cultura tedesca. Costantino Bresciani Turroni è autore del trattato: 'Le vicende del Marco tedesco'. Sono vicende sconvolgenti per la loro intensità e per le gravi conseguenze politiche. La politica ha un ruolo rilevante, determinante per l’economia, a causa dell’inflazione, quindi della successiva politica deflazionistica, negli anni della grande depressione. I tedeschi sono convinti di vincere la guerra; aumentano fortemente le spese pubbliche. Improvvisamente si rovesciano le sorti; cade il secondo Reich di Bismarck, l’imperatore va in esilio. Nasce la Repubblica di Weimar. A causa delle esagerate riparazioni di guerra richieste dagli Stati vincitori, la Germania viveva gravi difficoltà dell’economia, anche per tentare di venire incontro, con sussidi e forme di occupazione fittizia, a quasi 6 milioni di uomini che dalla guerra erano rientrati nelle attività civili. L’equilibrio viene trovato ricorrendo progressivamente alla stampa di moneta. Il marco inizia a perdere valore nei confronti delle altre monete: salgono i salari e i prezzi, lo Stato riduce la disoccupazione creando nuova moneta. Nel 1919 l’aumento dei prezzi sale in un anno al 60%, nel 1920 del 240%. Nel 1923, a causa anche dell’invasione della Ruhr da parte dei francesi, sale tra il 15 e il 40% al giorno. Si raccontano gli aneddoti, veri, degli avventori che si sedevano al bar per prendere il caffè; quando si alzavano il prezzo era raddoppiato. Diventa frequente, per i dipendenti pubblici, ma anche privati, di andare a riscuotere gli stipendi con le carriole. I salari erano pagati in biglietti di banca. I francobolli con l’immagine di Bismarck sono di molti milioni di marchi; non ce la fanno più a stamparli a valori crescenti, le lettere venivano affrancate con biglietti di banca. Si stampano banconote da mille miliardi di marchi, da 5mila, da 100mila miliardi; non fanno in tempo a stamparle da ambedue le parti, sono stampate solo su un lato.  I prezzi a Berlino nel novembre ’23: un chilo di pane costava 428 miliardi di marchi, 1 kg. di burro 5.600 miliardi di marchi, un francobollo 100 miliardi. È un fenomeno di cui non si ha nessun altro precedente, fortunatamente, nella storia. I tedeschi sono stati capaci di creare un’inflazione di cui gli studiosi stanno ancora cercando di capire le cause. Cosa avevano fatto? Iniziano ad espandere fortemente il debito pubblico, perché sperano di vincere e rifarsi con i territori conquistati. Non ci riescono, debbono stampare moneta in misura sempre crescente. Quando l’inflazione è così forte alla fine diventa un fenomeno puramente monetario. Si arriva al nuovo marco, il cui valore è stabilito in mille miliardi di vecchi marchi. Dal 1924 in poi la politica economica tedesca, come chiarito da Bresciani Turroni, si è ispirata al concetto che la preoccupazione della stabilità monetaria dovesse prevalere su qualunque altra considerazione. E questo è vero ancora oggi.     Ecco perché mi interessava raccontare questo: all’epoca bisognava mantenere stabile la moneta a qualunque costo, anche a prezzo di ripercussioni temporaneamente dannose per l’economia. Quando si sente il ministro delle Finanze Schauble, bisogna ripensare a tutto questo... Lo Statuto della Banca Centrale Europea è più o meno su questa linea: la Bce ha l’obbligo di mantenere la stabilità della moneta, il che significa un’inflazione del 2% all’anno. Adesso siamo allo 0,4%, a un livello forse di deflazione, che è una malattia estremamente grave. Il 2% di inflazione è un fenomeno molto meno grave della deflazione. La politica deflazionistica si prolunga nel corso degli anni Venti. Nel 1930 la Germania era il secondo Paese industriale nel mondo. Alla crisi del 1929, iniziata a livello internazionale e già manifestatasi fortemente negli Stati Uniti, si aggiunge la deflazione in Germania. Si comincia a parlare di politiche di tipo keynesiano, di lavori pubblici per far fronte alla disoccupazione, enormemente aumentata. Non se ne fa nulla per timore dell’inflazione. Si insiste nella deflazione. Risultato: nel 1932 si parla in Germania di 6 milioni di disoccupati, ma forse erano 8 milioni, contro gli appena 800mila del 1928. Il nazismo, chiamato ad assumere la responsabilità di a seguito della grave crisi economica, rilancia l’occupazione. Viene fondata, attraverso i sindacati, la Volkswagen. La motorizzazione privata era pressoché inesistente; lo stesso Hitler progetta il Maggiolino, ne affida lo sviluppo all’ingegner Porsche. La produzione industriale della Germania dal 1932 raddoppia in 5 anni, anche perché si avvia la produzione di carri armati, aerei e armi. Che cosa avviene negli altri Paesi? Nel 1925 l’Inghilterra, nel tentativo di riassumere il suo primato nella finanza internazionale, rientra nel Gold Standard; ma lo fa ai prezzi del 1913. Keynes era già famoso per la critica al Trattato di Versailles deplorato anche da Eugenio Pacelli, allora nunzio in Baviera -, che è essenzialmente alla base del disastro dell’economia tedesca per le onerose riparazioni di guerra. Per Keynes, ciò avrebbe comportato un grave danno per tutta l’economia europea. Ancora Keynes nel pamphlet ' Economic Consequences of Mr. Churchill' critica la mossa del Cancelliere dello Scacchiere sul cambio fissato di nuovo ai prezzi del 1913, mettendo in luce la conseguente perdita di competitività. L’economia inglese risente negativamente, negli anni seguenti, dell’errore nella fissazione del cambio, compiuto per motivi di prestigio, per tentare di far riprendere a Londra un ruolo centrale nel sistema internazionale. Critiche dure sono mosse da Keynes anche verso la Banca d’Inghilterra, che attua una politica restrittiva per tentare di abbassare salari e prezzi. Il risultato è invece un peggioramento della disoccupazione. La mossa dell’Inghilterra si rivela ancora più grave poiché anche la Francia decide ugualmente di rientrare nel Gold Standard, ma a un tasso di cambio svalutato. Segue un’altra trentina di Paesi, sempre per motivi di prestigio. La politica monetaria allora intesa, in senso grettamente limitato, come difesa del rapporto di cambio tra la moneta legale e l’oro, distrae da una politica economica che avrebbe dovuto essere indirizzata a combattere l’incipiente recessione. Della politica tedesca si è già detto. L’Italia nel 1926 attua ugualmente una politica di forte restrizione, la cosiddetta 'quota 90'. Gli economisti italiani consigliano a Mussolini di seguire la politica - che Keynes aveva ironicamente consigliato a Churchill - di ridurre del 10%, d’imperio, prezzi e salari. Cosicché la 'quota 90', rapporto di cambio tra lira e sterlina, viene a essere popolarmente interpretata come la riduzione al 90% di tutti i prezzi, tariffe, stipendi e salari. Ciò non basta per riacquisire competitività verso l’estero; occorrono altre riduzioni forzate di prezzi e salari. L’Italia mette comunque in atto una politica di grandi opere pubbliche, combattendo in qualche misura la recessione. Il tentativo di molti Paesi - di legare le monete ai prezzi dell’oro oramai fuori linea con i livelli dei prezzi interni - fa precipitare l’economia mondiale nella Grande crisi. La crisi, iniziata per motivi di mercato in agricoltura, si manifesta nell’estate del 1929 negli Usa attraverso una brusca caduta della produzione industriale. Segue il crollo delle azioni a Wall Street. La forza produttiva degli Stati Uniti attrae l’oro delle banche centrali da tutto il mondo verso il mercato finanziario di New York. Anche la Francia accumula oro grazie alla svalutazione del franco. Tutti gli altri Paesi perdono oro: iniziano crisi bancarie, dapprima in Austria e Germania. L’Inghilterra lascia poi svalutare la sterlina nel settembre ’31. La crisi continua ad espandersi, con ripercussioni politiche fatali. Gli Stati Uniti escono dalla recessione solo attuando una forte espansione degli investimenti pubblici, e aumentano notevolmente la quantità di moneta rivalutando l’oro rispetto al dollaro. Dopo la forte caduta, l’economia americana riprenderà a crescere, ma lo fa al ritmo del 10% all’anno in termini reali. Ben Bernanke, in un articolo pubblicato sul Journal of Money, Credit and Banking nel 1995, dimostra che in tutto il mondo la ripresa per ogni Paese si ha, negli anni Trenta, mano a mano che le singole economie si staccano dal Gold Standard. L’avvento del nazismo, conseguenza politica della grande inflazione trasformatasi poi nella grande depressione, trascina il mondo in guerra.
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