domenica 17 gennaio 2010
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Caro direttore,succede che dopo le vicende capitate a Marrazzo e all’incolpevole Dino Boffo, al di là delle conclusioni diverse, sia diventato più facile e invitante per tanti «disperati» costruire o ampliare accuse analoghe, rivolte a persone pubbliche: sindaci, medici, professori. Non sono al riparo neppure i i preti, che spesso ricevono, ascoltano, incoraggiano e aiutano quanti si presentano in canonica, anche i malintenzionati. C’è chi piange e quasi ti si butta sulla spalla; chi ti bacia le mani e ti chiede di baciarti come un padre anche le guance; c’è chi ti mostra riconoscenza esagerata, registrando tutto nascostamente al telefonino, a volte addirittura fotografa e chissà come poi rielabora maliziosamente. Facile prevedere che succederà sempre più spesso che simili furberie, consentite da mezzi tecnici oramai alla portata di tutti, serviranno per ricattare anche chi ingenuamente aiuta o esprime incoraggiamento. La prudenza perciò è doverosa. Ma possiamo trasferire le grate dal confessionale alle porte delle canoniche. Bisognerebbe trovare più aiuto (o perlomeno ascolto) dalla stampa e dalle forze dell’Ordine. Succede invece che la foga di informare (con l’alibi del diritto di cronaca), sconfini non di rado nel diritto di calunniare e di accusare per sentito dire. C’è spesso insufficiente verifica dei fatti, pressappochismo e ferocia nell’informazione; quasi mai una rettifica per inesattezze, storture e falsità. A volte ti vien da sbarrare le porte anche ai giornalisti, che spesso chiedono (cortesemente) informazioni su incidenti, funerali o eventi di parrocchie e poi si mostrano delle «iene» quando qualcuno avanza su di loro «ipotesi strane». Non basta che l’informazione sia libera: deve essere responsabile, responsabile verso la realtà dei fatti, verso chi si informa, verso se stessi. Non è una giustificazione per poter vendere delle copie in più. E questo vale anche per carabinieri o finanzieri e magistrati: certe fughe di notizie per amicizie o mance sono segno più di servette chiacchierone che di responsabili del bene pubblico e della verità. So che la maggioranza dei giornalisti e delle forze dell’ordine sanno essere responsabili e prudenti, ma non è da tutti – e dispiace –, perché chi si comporta scorrettamente sottrae stima ai colleghi. C’è chi nelle accuse si ritrova solo e disperato: impaurito e sprovveduto, reagisce nella direzione sbagliata. Certi danni sono difficilmente risarcibili (vedi il caso Boffo). Non basta che uno ingrani la retromarcia cento giorni dopo, secondo lo stile di Feltri. Solo il Tg3 Rai ha detto una puntuale parola di rettifica. È facile tifare per chi si oppone al pizzo e affossare chi è ricattato ingiustamente. «Bisognerebbe che noi giornalisti – scriveva proprio lei direttore circa un mese fa – ci dessimo un po’ meno arie e imparassimo ad essere un po’ più veri secondo una misura meno meschina dell’umano». Succede invece che l’accusato (magari innocente) finisca in prima pagina con nome e cognome, indirizzo, ruolo e foto mentre l’accusatore resta anonimo con le sole iniziali, così da non far emergere sotterfugi già denunciati altrove o pregiudicare ulteriori truffe ad altre persone pubbliche. Non chiedo difese di questa o quella casta, ma il rispetto della verità e dell’onorabilità di ogni persona fino a prova contraria. Ricordo, anni fa, di aver comprato di prima mattina tutte le copie di un giornale nelle rivendite della parrocchia per ridurre la divulgazione di una notizia-accusa (poi rivelatasi infondata) che riguardava un giovane animatore dei gruppi parrocchiali.

don Marco Scattolon, Spinea (Ve)

Le sue parole, caro don Marco, sono espressione di saggezza. Spero che tanti suoi confratelli le leggano, ma mi auguro che lo stesso facciano anche tantissimi laici impegnati delle nostre comunità e il maggior numero possibile di nostri concittadini. Il problema che lei denuncia – so che un episodio del genere è capitato in una parrocchia vicina alla sua, coinvolgendo un sacerdote incolpevole e stimatissimo – si sta espandendo. Bisogna esserne avvertiti, quanto meno per rendere la vita un po’ più difficile a truffatori, cacciatori di scoop e mascalzoni. E non posso non associarmi all’auspicio che chi – mass media, forze dell’ordine e magistratura – giunge a contatto con notizie del genere, le tratti con civile e rigorosa professionalità. Troppo spesso questo non avviene e a farne le spese, alla fine, è sempre il diffamato che non ha mai la possibilità di ottenere un risarcimento proporzionato all’offesa patita. Noi lo sappiamo bene.
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