giovedì 22 novembre 2012
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Egregio direttore,
in riferimento all’intervento del presidente dell’Aiart Luca Borgomeo "Gioco d’azzardo: vietare la pubblicità", pubblicato il 15 novembre scorso, desidero precisare l’importante ruolo avuto dall’impresa del gioco nel darsi delle regole nella comunicazione commerciale. Ci tengo a sottolineare che la stesura di un Codice di autodisciplina della comunicazione commerciale, cui si fa cenno in chiusura d’articolo, è frutto di un lavoro di collaborazione e condivisione portato avanti nei primi mesi del 2012 da Iap e Confindustria Sistema Gioco Italia, la federazione di Confindustria che unisce le aziende attive nel gioco legale autorizzato dallo Stato. Per chiarezza e testimonianza della responsabilità che sentiamo su questo delicato tema le segnalo che all’inizio dell’anno avevamo già elaborato un codice per l’autoregolamentazione della comunicazione commerciale, ben prima quindi che si aprisse il dibattito sulla pubblicità dei giochi e che il ministro della Salute Renato Balduzzi si occupasse di questo tema attraverso il "decreto legge Sanità". Il codice, frutto di un percorso interno avviato con le aziende associate alla Federazione, è stato presentato lo scorso aprile all’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato (Aams) e alla XII Commissione Affari sociali della Camera dei deputati. Solo successivamente è stata avviata la collaborazione con l’Istituto dell’autodisciplina pubblicitaria (Iap) che ha accolto gran parte dei contenuti del codice elaborato dalle aziende del settore, per inserirle nel suo "Codice di autodisciplina della comunicazione commerciale", con l’articolo 28ter, denominato "Giochi con vincita in denaro". L’articolo 28 ter del Codice non nasce quindi solamente da un’iniziativa di Iap, ma è frutto innanzitutto del forte senso di responsabilità proprio dei "gestori", dei concessionari e di tutta la filiera del gioco legale autorizzato dallo Stato. Da sempre le aziende si impegnano a mantenere il gioco negli stretti ambiti dell’attività ludica evitando abusi di ogni genere. Nessuna ambiguità quindi, ma la volontà del settore di continuare a operare nel rispetto della legalità e della tutela dei minori e di tutti i consumatori.
Massimo Passamonti, Presidente Sistema Gioco Italia
 
Ho avuto modo di conoscerla, gentile presidente Passamonti, e so che la sua preoccupazione è sincera e che, nella sua attività, lei non si limita solo alla difesa della "corporazione" del «gioco legale autorizzato dallo Stato» che rappresenta, ma porta un senso di responsabilità civile che le fa onore. Ecco perché pubblico questa sua sottolineatura, anche se non mi sento di convenire con lei sul fatto che «da sempre le aziende si impegnano a mantenere il gioco negli stretti ambiti dell’attività ludica evitando abusi di ogni genere». Purtroppo non è così. Le nostre cronache lo hanno registrato e lo registrano. E noi, come lei sa, siamo impegnati da molti anni e con continuità su questo fronte tenuto aperto da benemerite realtà e associazioni della nostra società civile (la Consulta nazionale antiusura, il Cartello "Insieme contro l’azzardo", la stessa Aiart oggi presieduta da Luca Borgomeo, l’autore dell’intervento che lei cita). Una battaglia incruenta e tenace che è stata ripetutamente incoraggiata da voci autorevoli, a cominciare da quella del presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco. C’è da fermare un fenomeno pericoloso che – dati alla mano – abbiamo definito «il dilagare di Azzardopoli». Anche a livello di «pubblicità dei giochi»: ne abbiamo viste, infatti, di tutti i colori, e spesso di davvero impudenti.
Che, da qualche mese, il tema sia finalmente riconosciuto come importante dagli stessi operatori del settore fa piacere. E così pure che il dibattito sia una buona volta approdato in Parlamento e abbia condotto a prime prese di coscienza e a prime misure di contenimento e di riconoscimento dei guasti provocati dalle ludopatie. Non dubito, poi, che a lei e ai suoi associati stia a cuore di «operare nel rispetto della legalità e della tutela dei minori e di tutti consumatori». Il problema sta tutto nel fatto che questa «legalità» in tanti, e certo in questo giornale, non la consideriamo ancora piena. Non sto a ripeterle tutte le norme di garanzia che riteniamo indispensabile introdurre, ne cito solo due. La prima: non basta un regime di autoregolamentazione della pubblicità dell’azzardo, ma serve un semplice e diretto divieto, esattamente come accade per i tabacchi. Personalmente vorrei anche scritte ben visibili su tutte le slot machine: «Attento, questa è una macchina mangiasoldi», «L’azzardo rovina anche te e chi ti vuol bene»... La seconda: le centrali del gioco d’azzardo debbono essere tenute per legge a distanza di sicurezza da ogni luogo di aggregazione giovanile, dalle scuole agli oratori. Nelle scorse settimane, dapprima in Consiglio dei ministri e, quindi, in Parlamento si era tentato di fissarlo a 500 metri: invano, ma non ci si può arrendere... Su tutto questo le nostre opinioni divergono nettamente, gentile presidente. E nessuna sua "precisazione" può farle convergere.
Marco Tarquinio
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