Ancora una volta in Piazza dell'Umanità
mercoledì 1 aprile 2020

Quando è in cerca di una cattedra solenne, e sente che è l’ora di parole o di gesti importanti, la storia apre al mondo piazza San Pietro. Sa che va sul sicuro. Perché qui tutto è di casa, l’arte, la fede, soprattutto la vita, per quanta ne scorre, e da ogni dove, da ogni etnia, da ogni latitudine, persino da ogni credo, tanto che il suo nome potrebbe anche essere Piazza dell’Umanità. Ma quando presta se stessa al mondo, piazza San Pietro riesce sempre a farsi avanti e a esigere il diritto vincolante a una regia in proprio. È lei a decidere come andranno le cose. E in quel venerdì sera di fine marzo voleva che andassero in quel modo che non si dimentica, e che ha riportato alla mente altri momenti in cui piazza San Pietro, l’altare a cielo aperto che allunga le navate della Basilica, ha preteso di metterci del suo. Altri silenzi, come quello, attonito, la sera del 2 aprile di 15 anni fa, all'annuncio della morte di Giovanni Paolo II, aveva conosciuto quella piazza. Nessun Papa muore mai solo.

Ma un Papa non muore mai sulla piazza, come quella sera, una settimana prima di Pasqua, diventata “focolare domestico” per i cristiani e, spogliata della maestosità dei tempi ordinari, piccolo cortile di rappresentanza di un affetto senza confini. Mai però aveva conosciuto il silenzio della solitudine, del deserto di folla intorno al colonnato del Bernini che invece l’abbraccia. E mai s’erano visti i passi lenti e assorti di un Papa che saliva all’altare, da una rampa che, per i riflessi dei colori della pioggia, sembrava il pavimento di una piccola fetta del cielo. Solo, sovrastato da spazi dilatati e irriconoscibili, Francesco andava incontro al passaggio più drammatico e solenne del suo pontificato. Proprio da quella piazza vuota l’umanità aspettava conforto e, arrivato sul sagrato, con ai lati il Crocifisso che aveva preso e portato con sé dal pellegrinaggio, a piedi, nella Roma deserta, e l’icona della Salus populi romani, il Papa ha esposto tutta la forza della “mano alzata” della Chiesa che respinge il male: un tempo le grandi epidemie e il flagello della peste, oggi l’attacco, non meno insidioso di un virus del tempo della globalizzazione.

E proprio su quel sagrato, la forte suggestione del momento, riportava in vita l’altra straordinaria immagine dei funerali di papa Wojtyla, quelle pagine del Vangelo che, mosse da una leggera brezza, si sfogliavano a una a una sulla bara di legno. Uno dopo l’altro, sono i segni di una piazza avida di storia e a cui non basta vederla passare, come altre volte durante i secoli. Ancora di più, da venerdì sera, con quella irripetibile manifestazione di sé al mondo, si è rivelata come un grande e permanente insediamento dove la storia va a cercare lumi e riparo per l’umanità intera. E anche in questo senso, con la preghiera straordinaria di papa Francesco, è riuscita ad andare oltre se stessa, a prendere per sé un altro sigillo della sua straordinaria e unica cittadinanza tra cielo e terra: proprio dal sagrato, come mai era accaduto in passato, l’ostensorio della benedizione Urbi et Orbi si è levato su Roma e sul mondo: Roma, sferzata dalla pioggia, che appariva, col poco di vita e di luci dell’emergenza sullo sfondo, come la piccola folla in attesa di rioccupare e riprendersi la sua piazza. Ancora una volta l’ha prestata al mondo, ma è poi questa la vocazione di una piazza che, anche da sola, rende universale una città. E racconta come nessun’altra, nei suoi annali di pietra, la trama di una storia di fede sempre più innestata nella vita degli uomini. Tanto più in quella dell’umanità scossa e smarrita di questi tempi assetati di speranza.

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