sabato 8 settembre 2018
Espulsioni e violenze, il calvario degli «ultimi degli ultimi». Le storie di chi scappa da guerre e odio
Migranti trattenuti in un porto in Nordafrica prima di essere portati in un centro di detenzione (Ansa)

Migranti trattenuti in un porto in Nordafrica prima di essere portati in un centro di detenzione (Ansa)

Le modalità di gestione dei flussi migratori applicate dall’Algeria sono state oggetto di severe critiche da parte della comunità internazionale lo scorso maggio. A Ginevra, sulla base di prove circostanziate, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani ha messo sotto accusa «le espulsioni collettive» di cittadini subsahariani, ricondotti al confine Sud del Paese e abbandonati a loro stessi nel deserto «a parecchie migliaia», privi di acqua e viveri, indifesi. Una pratica contraria al diritto internazionale, così come l’arresto e la detenzione di migranti clandestini «in condizioni disumane», senza adeguata assistenza legale né valutazione del singolo caso (dichiarazioni di Ravina Shamdasani, portavoce ufficiale dell’Alto commissariato, ndr). La denuncia Onu, supportata da quella di ong e associazioni algerine per la difesa dei diritti fondamentali, squarcia il velo di un fenomeno, quello della migrazione massiccia di cittadini subsahariani verso i Paesi del Nord Africa in quanto ultima tappa del viaggio, e non solo territorio di transito, raramente scandagliato dai mezzi di comunicazione europei.

In Algeria, stime decisamente al ribasso attestano la presenza di almeno 100 mila migranti clandestini (su di una popolazione di circa 41 milioni di cittadini), impiegati in vari settori economici anche per anni, ma invisibili per Stato e società: Algeri non ha mai messo a punto un codice nazionale che regoli la concessione dei permessi di lavoro, l’accoglienza dei richiedenti asilo e pure il quadro dei diritti e dei doveri del lavoratore straniero. Il Governo di Ahmed Ouyahia sta assumendo posizioni sempre più ostili nei confronti degli immigrati, «responsabili di ogni flagello», come dichiarato dallo stesso primo ministro di recente. Il giro di vite ufficiale stona con la complicità interessata delle forze di sicurezza sul campo, a quanto riferiscono i clandestini stessi. «Non ho mai pensato di venire in Italia. E neanche in Europa», racconta I., 23 anni, lontana dalla sua terra, il Camerun, da oltre quattro. «Sono partita all’avventura, per fare più soldi di quanto guadagnavo con lavoretti saltuari. Mi sono lasciata convincere da degli amici ad andare con loro in Algeria, con l’idea però di tornare a casa dopo qualche mese. Tutti da noi sanno che lì si fanno soldi facili». La rotta dei migranti economici subsahariani verso l’Algeria e il Marocco è un flusso intenso, costante e rodato, illuminante per comprendere le dinamiche interafricane.

La vicenda di I., quando la ripercorre in una fresca mattinata primaverile milanese, lascia a bocca aperta: «Non fare quella faccia, lo so che è illegale, ma sapessi quanti camerunesi lavorano in Algeria nelle stamperie di denaro falso». I. ha avuto compiti di segreteria in una 'fabbrica di soldi' per svariati mesi: di fatto rispondeva alle telefonate di chi prenotava le preziose banconote – dollari in primis, ma anche euro – in lingua francese e inglese, mentre i suoi conterranei uomini, tre ragazzi coetanei, venivano impiegati nella tipografia vera e propria. «Si rischia grosso, se la polizia decide di fare una retata, e sa benissimo dove sono le stamperie, allora quelli che trova nella fabbrica, ma non i capi, li arresta tutti e li butta in galera», come è successo ai suoi amici, attualmente in prigione con una condanna di cinque anni. I. è riuscita a scappare perché la soffiata di un conoscente le ha dato il tempo di fuggire dall’ufficio il giorno dell’ispezione. «Però i miei documenti sono rimasti lì e senza passaporto non potevo tornare indietro, così delle altre ragazze africane mi hanno detto di andare con loro in Libia, che a Tripoli c’è sempre lavoro». Lontano, in Camerun, la famiglia di I. intanto perdeva le sue tracce: dopo il suo ingresso nell’inferno libico, la ragazza veniva rinchiusa in un 'centro di accoglienza' per migranti «per otto terribili mesi». «La polizia libica è cattiva, disumana, quel Paese lo voglio dimenticare», sono le uniche parole che I. proferisce sull’argomento 'Zuwara', centro abitato distante circa 100 km da Tripoli. È lì che sorge un campo di detenzione tanto celebre quanto maledetto: è sufficiente farne il nome con i migranti di Guinea, Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Gambia, Liberia giunti in Italia negli ultimi tre anni per leggere il terrore nei loro occhi. Sulle «condizioni disumane» in cui versano i giovani migranti 'accolti' a Zuwara ha lanciato un appello l’organizzazione Medici senza frontiere, denunciando il mancato accesso di almeno 800 persone a cibo e acqua.

In Libia, tutti i soldi che I. si era portata dietro dall’Algeria (una 'provvigione' sulla quantità di denaro stampato nella tipografia, questo è l’accordo con i proprietari – algerini – delle fabbriche), destinati a migliorare la vita dei suoi due gemelli rimasti con la nonna in Camerun, sono finiti nelle tasche delle guardie e dei passeurs. Sono stati questi, tutti «arabi» dice lei genericamente, a sbarcarla «da qualche parte, su uno scoglio a Lampedusa» all’inizio del 2017. Per M., maliano diventato 18 enne in Italia, l’Algeria è stato il Paese in cui ha lavorato «come muratore, imbianchino, minatore, operaio per quasi un anno nei cantieri alla periferia della capitale». Il suo racconto, raccolto lontano da orecchie indiscrete e condizionamenti, non si discosta di molto da quello di altri giovani conterranei: quando la vita algerina per lui è diventata insostenibile, M. è scappato in Libia, finendo nelle mani di schiavisti che non gli hanno dato alternativa, dopo mesi di confino in un centro, se non solcare il mare verso l’Italia. Nel frattempo, per dovere di cronaca, ricordiamo che l’Algeria ha perso – illegalmente – circa 6.400 suoi cittadini, partiti in massima parte alla volta della Spagna, nel periodo gennaio-ottobre 2017 e che, nei mesi estivi dell’anno scorso, gli algerini giunti in Europa in modo clandestino hanno rappresentato il quinto gruppo di migranti dopo siriani, marocchini, nigeriani e iracheni.

Stanno cercando di mettere un po’ di ordine nel ginepraio prodotto da emigrazioni massicce e altrettanto consistenti flussi in ingresso le autorità marocchine. Il regno è impegnato dall’inizio degli anni 2000 in un processo di conversione economico-politica complesso: sempre meno colonia europea, il Marocco punta a farsi capofila di un Rinascimento africano. Sulle politiche migratorie, però, il lavoro da svolgere è ancora assai, come testimonia il documentato rapporto sulle condizioni di vita di stranieri e migranti subsahariani presentato lo scorso 4 maggio dal Consiglio civico, collettivo di 13 associazioni marocchine per la difesa dei diritti umani. Frutto di interviste e investigazioni lunghe un anno, il dossier riporta «discriminazioni diverse», cioè riflesso di leggi penalizzanti oppure di pregiudizi sociali profondi. Fra i dati salienti della ricerca, spicca la difficoltà per i migranti subsahariani di accedere all’assistenza sanitaria poiché gli stessi sanitari sono spesso restii a curare africani di pelle nera. Quanto a domestici e domestiche, essi rappresentano una delle categorie più fragili, per lo più non regolarizzati e costretti a vivere in schiavitù.

Le autorità marocchine si difendono citando i numeri di un grosso sforzo regolarizzatore in atto: sono quasi 24mila i clandestini rimpatriati volontariamente a spese di Rabat dal 2004 in poi; la prima campagna di regolarizzazione di posizioni clandestine, nel 2014, ha coinvolto 23mila persone, mentre altre 25mila domande sono state presentate fra il dicembre 2016 e il dicembre 2017, e sono ora allo studio dei tecnici ministeriali. Nel contempo, i tentativi di ingresso illegale bloccati nel 2017 si sono attestati a quota 55mila circa.

Quanto all’Egitto, fornire dati certi dopo sette anni di turbolenze politiche appare impossibile. Le stesse agenzie Onu ammettono ampi margini di errore: si sa che nel 2015 i rifugiati siriani, dopo 4 anni di arrivi in crescendo, sono calati bruscamente, passando da 134mila a 117mila unità, poiché considerati dalla presidenza di Abdel Fattah al-Sisi (il generale è stato eletto al suo primo mandato nel giugno 2014) vicini alla Fratellanza musulmana e quindi 'agevolati' a lasciare l’Egitto per Turchia ed Europa. Per loro, comunque 'fratelli arabi' come palestinesi e iracheni, una qualche contabilità esiste. Ma il vero punto interrogativo riguarda da sempre i migranti sudanesi: 3 milioni nel 1999, secondo il think tank Carnegie endowment; quasi 4 milioni nel 2006, per l’Università americana del Cairo; fino a 5 milioni nel 2011, a quanto riferito dall’ong Iniziativa egiziana per i diritti della persona, a sua volta affidatasi a stime del governo canadese. Di questo fiume di donne, uomini, bambini, anziani, i rifugiati sono poche migliaia. Per tutti gli altri, generazione dopo generazione, è sbarrato l’accesso all’istruzione, alla sanità, a servizi amministrativi, a professioni dignitose. Così, anche nell’immaginazione di questi ultimi fra gli ultimi, Italia e Israele assumono i contorni mitici dell’Eldorado.

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