Anche il Giappone si riarma. E parla di Bomba
mercoledì 11 gennaio 2023

«Il nostro Paese ha già provato una volta a diventare una grande potenza militare. E sappiamo come è andata. Io non ci riproverei. Nel dopoguerra abbiamo prosperato grazie al nostro convinto pacifismo. Il mondo non ha bisogno di nuove potenze militari, ma di Paesi saggi». È quanto ha dichiarato, in una lunga e inconsueta intervista all’emittente Tbs Yohei Kono, uno dei “padri” della liberaldemocrazia giapponese, ex presidente del Pld, partito ininterrottamente al governo nel dopoguerra (tranne che per due brevi occasioni). Kono è anche ex ministro degli Esteri, passato alla storia per il coraggioso tentativo di “chiudere i conti” con il passato nei confronti della Cina e della Corea. Tentativo purtroppo fallito a causa del neorevanchismo negazionista dei successivi premier, in particolare di Shinzo Abe.

Quello di Kono sembra un vero e proprio monito nei confronti del premier Fumio Kishida, che in questi giorni è in Europa, ieri a Roma, dove incontrando la premier Meloni ha auspicato una più stretta collaborazione fra i due Paesi, compreso l’impegno congiunto per un aereo da combattimento insieme al Regno Unito. Il leader nipponico è atteso poi negli Usa e in Canada per presentare le credenziali del suo “nuovo” Giappone, che dopo aver riconquistato un seggio tra i membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (ma ottenendo il numero più basso dei voti tra i nuovi eletti: Svizzera, Mozambico, Malta ed Equador), quest’anno ospiterà il G7, a Hiroshima.

Il “nuovo” Giappone – sempre che Kishida riesca a far approvare nei prossimi mesi il suo programma, cosa al momento tutt’altro che scontata vista la sempre più consistente fronda che si sta creando all’interno del suo stesso partito – è un Giappone che nonostante la perdurante crisi sociale ed economica (gli ultimi dati indicano una decrescita dello 0,2%, con un deficit pubblico che sfora il 300% del Pil, quasi il doppio di quello italiano) trova i soldi per allinearsi, probabilmente suo malgrado, ai nuovi scenari internazionali, alle nuove “sfide strategiche” imposte dalla reale aggressione russa all’Ucraina e alle – per ora presunte – minacce cinesi.

Per farlo, Kishida ha annunciato innanzitutto il raddoppio del budget militare, che nei prossimi 5 anni dovrebbe passare dagli attuali 190 miliardi di dollari a 320 miliardi di dollari, superando il 2% del Pil (nel dopoguerra è stato rigorosamente mantenuto sotto l’1%), diventando così il quarto del mondo, dopo Usa, Cina e Russia. Il tutto – non va dimenticato – mentre è ancora vigente una Costituzione che all’articolo 9, oltre alla solenne rinuncia della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, proibisce espressamente l’organizzazione di forze armate: esercito, marina e aviazione militare.

Il programma di Kishida – che prevede anche l’acquisizione, per la prima volta, di armi offensive, come droni e missili a lunga gittata – dovrebbe quanto meno presupporre una modifica della Costituzione. Cosa che i suoi predecessori – in particolare Shinzo Abe – hanno per anni annunciato ma mai di fatto tentato, nonostante una maggioranza parlamentare più che sufficiente ad approvarla. C’è infatti l’ostacolo del referendum popolare: una eventuale riforma deve essere ratificata da un referendum, e non c’è alcun dubbio che il popolo giapponese la respingerebbe. Ed ecco perché anche Kishida, come i suoi più recenti predecessori, la Costituzione preferisce “interpretarla”, piuttosto che modificarla.

Il primo a farlo fu Junichiro Koizumi, nell’ormai lontano 2004, quando con la scusa di proteggere non meglio identificati «interessi» del Giappone, approvò l’invio di un contingente militare in Iraq: da allora è stato un crescendo di “interpretazioni”, fino appunto ai giorni nostri, con alcuni leader politici che addirittura si spingono a invocare il passaggio tout court alla «deterrenza nucleare». Considerare la Bomba un’opzione sino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile, ma oggi la prospettiva comincia a essere oggetto di pubblico dibattito.

Tutto questo nell’anno in cui – come detto – il G-7 si svolgerà a Hiroshima, presieduto da un premier come Kishida che proviene da quella città e che ha visto buona parte della sua famiglia morire a seguito del bombardamento nucleare. E se pensiamo che anche in Germania, altro Paese dove il linguaggio militare era considerato una blasfemia, soffiano gli stessi spifferi e si è varato, proprio come in Giappone, un impressionante raddoppio del bilancio della difesa… non c’è da stare allegri.

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