giovedì 20 gennaio 2022
La storia del Covid nel libro di Walter Ricciardi, consigliere del ministro Speranza: i casi in Cina, i lockdown, i vaccini...
Il 3 febbraio 2020 a Ginevra l’Oms spiegò agli Stati che la situazione a Wuhan era drammatica e invitava ad adottare misure contro il virus. Ma non tutti lo compresero

Il 3 febbraio 2020 a Ginevra l’Oms spiegò agli Stati che la situazione a Wuhan era drammatica e invitava ad adottare misure contro il virus. Ma non tutti lo compresero - Archivio Avvenire

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Il testo che segue è un estratto del nuovo libro di Walter Ricciardi, 'Pandemonio' (Laterza, 144 pagine, 15 euro), in vendita da oggi.

Il mio incontro con quella che di lì a poco, l’11 marzo 2020, sarebbe stata dichiarata ufficialmente una pandemia ha avuto due facce: quella istituzionale dell’Organizzazione mondiale della sanità il 3 febbraio e quella della brutale realtà sul campo il 19 febbraio. Ed è quest’ultima che mi ha aperto gli occhi. Il 3 febbraio, dunque, a Ginevra si tenne la riunione del Comitato esecutivo dell’Oms, l’organo di governo dell’organizzazione internazionale in cui ho rappresentato l’Italia dal 2017 al 2020. In quell’occasione, il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, da poco rientrato dalla Cina, ci illustrò la drammatica situazione che Wuhan, capoluogo e città più popolosa della provincia di Hubei, stava vivendo ormai da qualche settimana fornendo informazioni provenienti dallo stesso governo cinese, in un clima finalmente di franca comunicazione e cooperazione, anche se con alcune settimane di ritardo.

Tedros Ghebreyesus incoraggiò tutti gli Stati membri ad adottare misure proporzionate alla gravità del pericolo, per evitare sia di sconfinare nell’eccessivo allarmismo sia di sottostimare la realtà. Proprio in quei giorni l’Italia iniziava a muovere le prime pedine in una sfida che di lì a poco l’avrebbe vista protagonista assoluta per numero di contagi e di vittime. In questa prima fase le decisioni prese dal governo non mi videro favorevole. Bloccare i voli dalla Cina verso l’Italia (30 gennaio) era – a mio avviso – una scelta che, oltre a non avere alcuna base scientifica, avrebbe potuto rivelarsi un danno anziché un beneficio. Non essendo stata, infatti, condivisa da tutti i Paesi dell’Unione europea, tale iniziativa avrebbe solo ritardato ma non evitato il contagio, impedendo di tracciare i passeggeri in arrivo e permettendo i rientri attraverso scali su altre località europee, perdendo così il controllo della situazione, come di fatto si è poi verificato.

Agli inizi di febbraio eravamo l’unico Paese, insieme agli Stati Uniti, ad aver preso questa decisione, che si dimostrò controproducente dal punto di vista non solo tecnico ma anche politico, isolandoci inizialmente dal prezioso contesto di collaborazione internazionale. Lo stesso rappresentante cinese all’Oms, durante l’incontro di Ginevra, non esitò ad esprimermi personalmente la sorpresa e la delusione per quella nostra scelta: ci consideravano un Paese amico – a differenza degli Stati Uniti – e non si aspettavano una decisione che giudicavano ingiustificata e ostile. Non seppi rispondergli, ma mi sarei ricordato di questa mia sensazione un paio di mesi dopo, quando altri Paesi – a partire da Israele – sulla base di analoghe errate valutazioni bloccarono i voli dall’Italia, diventata nel frattempo il «lazzaretto d’Europa».


Nei casi di un rischio infettivo da un agente microbico sconosciuto o non controllabile, la norma dice di isolare chi arriva da fuori

La seconda decisione con la quale mi trovai in disaccordo fu quella di non prevedere la quarantena per tutti quelli che erano da poco rientrati dalla Cina. In tutte le circostanze in cui si verifica un rischio infettivo da un agente microbico sconosciuto o non controllabile, sin dalla Serenissima Repubblica di Venezia che l’aveva per prima applicata per la peste, vige la norma per cui è necessario isolare cautelativamente, per un lasso di tempo corrispondente al periodo di incubazione, le persone che arrivano da fuori, in quanto potenziali vettori virali, indipendentemente dall’età, dal genere, e da ogni altra caratteristica personale. Concordemente a quanto espresso il 3 febbraio dal direttore generale dell’Oms, il governo cinese aveva dato indicazioni ai propri cittadini che si recavano all’estero di porsi in auto-quarantena indipendentemente dalle decisioni delle 5 autorità nazionali, e intere comunità – incluse quelle residenti in Italia – avevano chiesto ai propri cittadini di autoisolarsi per evitare contagi. Con Roberto Burioni, autorevole collega virologo e opinion leader scientifico, fummo tra i primi a sottolineare la necessità di adottare questa misura, e per questo fummo accusati di «fascio-leghismo». Governo e Regioni si erano infatti divisi su questa istanza, e i singoli presidenti delle Regioni a loro volta avevano assunto posizioni differenziate a seconda della propria collocazione politica.

Il più esplicito fu il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi che dichiarò: «La nostra Regione in materia di prevenzione contro il coronavirus, seguendo le linee nazionali di sorveglianza attiva, sta facendo più di tutte le altre Regioni. Chi ci attacca o non è bene informato, o è in malafede o è un fascioleghista ». Vale la pena anche riprendere alcune dichiarazioni del momento per comprendere l’insussistenza scientifica della discussione e l’approssimazione dei meccanismi decisionali, a cominciare da quella del ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina: «Ci siamo mossi immediatamente come governo: non voglio che si creino inutili allarmismi, la propaganda non fa bene. Non ci sono motivi per escludere gli alunni dalla scuola. Nella circolare abbiamo spiegato cosa fare e in quali casi, quindi tranquillità assoluta»; o quella proveniente da tre Regioni (Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia) e dalla Provincia autonoma di Trento, a guida leghista: «Il periodo di isolamento previsto per chi rientra dalla Cina sia applicato anche ai bambini che frequentano le scuole»; cui si aggiungeva la dichiara- zione del segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti: «Allarmismi ridicoli, il governo ha già sospeso i voli provenienti dalla Cina, dunque non si capisce come i bambini possano arrivare...»; per finire con quella dell’Associazione nazionale dei dirigenti scolastici: «Se gli esperti e i tecnici ritengono non ci siano rischi, noi ci atteniamo alle prescrizioni scientifiche. Non capiamo queste strumentalizzazioni, se poi ci sono argomentazioni sanitarie lo dicano». Persino l’Istituto superiore di sanità (Iss) si pronunciava in questo modo: «Le misure già adottate rispetto al rischio legato al coronavirus tutelano la salute dei bambini e della popolazione. Al momento, l’Italia è tra i Paesi che hanno adottato le misure più ampie ed articolate». E infine la dichiarazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte: «Le circolari emanate riguardo agli alunni sono state definite dalla Commissione scientifica dell’Iss e dell’Ospedale Spallanzani. E noi ci affidiamo alla scienza e non alla propaganda».i stava scherzando con il fuoco, e pochi sembravano essere consapevoli che una tragedia incombeva sull’Italia e sul mondo. E veniamo al 19 febbraio. In quanto presidente della World Federation of Public Health Associations1, avevo un rapporto privilegiato con gli operatori di sanità pubblica di tutto il mondo e il 19 febbraio ricevetti dalla Cina, su WhatsApp, una serie di video che mi sconvolsero. Le immagini erano forti e gli autori dei video le avevano carpite senza averne l’autorizzazione, per cui, per non metterli a rischio, non le mostrai a nessuno. Era il momento in cui alcuni descrivevano la patologia come poco più di un’influenza, ma quello che vidi in quei filmati raccontava tutta un’altra storia. (...) Capii che potevamo cadere in una tragedia di proporzioni immani: era un virus molto temibile, andava affrontato adeguatamente e tempestivamente, se si voleva provare a contenerlo.

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