giovedì 30 novembre 2017

Caro Avvenire, sul giornale di martedì mi sono soffermato a leggere le lettere. Mi associo al pensiero di Riccardo Poletti riguardo all’omelia della celebrazione eucaristica. Certo, la questione della durata è importante. Ho detto talvolta a dei sacerdoti: 'Voi forse non sapete cosa significhi stare seduti dalla parte dei fedeli', intendendo sottolineare il 'martirio' di molte, troppe, omelie, che durano minuti e minuti. E, purtroppo, la qualità è ancora peggiore. E’ molto triste ascoltare preti, molti sono giovani, che mostrano di non aver preparato nulla prima della celebrazione. Magari poi si lamentano perché in chiesa va poca gente. No, così non va. Per piacere, cari e amati nostri sacerdoti, più sobrietà e preparazione.

Stefano Busi

Severissimo, il lettore. Addirittura un 'martirio', le omelie che gli tocca ascoltare la domenica. Non condivido tanta amarezza, soprattutto pensando che molti sacerdoti devono dire, nelle loro diverse parrocchie, più di una messa, la domenica, e che la stanchezza pesa. Non la condivido perché ho affetto e gratitudine verso i nostri sacerdoti, e un sentimento materno, la mia età avanzando, verso i più giovani, che guardo come figli controcorrente, figli coraggiosi. Detto questo, comprendo e conosco il senso di delusione che prende non raramente noi fedeli, la domenica. Andiamo in chiesa e abbiamo addosso il peso della settimana. Andiamo con il desiderio di ristorarci, di sentirci dire una parola che ci permetta, il lunedì, di ricominciare. Con fede e soprattutto con speranza, che è la cosa di cui abbiamo più profondamente bisogno.

Capita di ascoltare omelie che ci ricordano tutte le nostre manchevolezze, 'prediche' appunto, ma che mancano del colpo d’ali, del fiotto di una speranza da cui ricominciare. Capita di ascoltare omelie di cui, alla fine, non si saprebbe riassumere il significato. O dotti sermoni che sembrano non sfiorare la nostra vita concreta. Non mi aspetto che tutti debbano avere il dono dell’eloquenza, e nemmeno della sintesi.

Però, da cristiana che ogni domenica calca le navate di una chiesa una cosa con umiltà la domanderei: cari sacerdoti, parlateci come parlereste a un amico molto caro. A un amico ingobbito sotto il peso delle fatiche quotidiane, che viene a chiedervi una parola di fede e di incoraggiamento. Con un amico, le parole si sanno trovare. Non gli si elencano solo delle norme morali, né gli si dispensa alta e poco comprensibile teologia. Magari, può accadere, con franchezza gli si rimprovera qualcosa, lo si sgrida, lo si sprona. Ma, insomma, si parla dal cuore, perché quell’amico ci è caro. Ha detto papa Francesco ordinando dei sacerdoti nel 2015: «Che le vostre omelie non siano noiose; che le vostre omelie arrivino proprio al cuore della gente perché escono dal vostro cuore, perché quello che voi dite a loro è quello che voi avete nel cuore». Nel cuore. C’è sicuramente ogni domenica, scaturente dalle Letture e dal Vangelo, un punto che vi tocca, che vi scuote, magari che vi duole. Parlateci di quello. Se sarete prolissi vi perdoneremo, se non siete grandi oratori, pazienza. Ma sapremo riconoscere il timbro di un’umana passione e partecipazione alla nostra vita, e ve ne saremo grati. Se ci direte le parole che direste al più caro degli amici. O quelle che le madri e i padri vorrebbero dire ai figli, e magari trattengono, come bloccate da un confuso pudore di ciò che è più vero.

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