venerdì 19 maggio 2017

Gentile direttore, tutto il mio rispetto per il professor Roberto Carnero che, affrontando ogni giorno in classe la sfida educativa, sa cosa significhi, veramente, essere insegnante. Penso anche che sia un ottimo insegnante. Però, nel leggere il suo articolo su Avvenire (3 maggio 2017), mi sono posta alcune domande, cui, nel testo, non ho trovato risposte. Per rimanere nel linguaggio metaforico usato dal professore, vorrei chiedergli: cosa significa per uno studente delle superiori, «arrivare a Roma»? Essere promosso? Oppure qualcosa d’altro? Per esempio, chi giunge alla maturità dopo un percorso di liceo scientifico, cosa deve sapere e saper fare? Nella mia provincia ci saranno, probabilmente, circa tremila alunni frequentanti il liceo scientifico: che livelli di competenze devono raggiungere tutti questi allievi? O si pensa, come dice il professore, di portarli «nel maggior numero possibile al raggiungimento dei cosiddetti obiettivi minimi»? Davvero, raggiunti gli obiettivi minimi, l’alunno «potrà seguire, con profitto il successivo anno scolastico»? Come si può, in una classe, impostare un lavoro culturale serio e rigoroso, quando ci sono alunni che hanno bisogno «di andare a Roma a piedi»? Oppure altri che devono essere indirizzati per percorsi differenziati? È vero: la persona umana è complessa e ancor più nel suo periodo adolescenziale. È un intreccio di potenzialità, desideri, motivazioni, volontà, impulsi, condizionamenti sociali..., in costante cammino e formazione. Richiede da parte dell’insegnante, attenzione, impegno, ascolto e accompagnamento. Questo, sì! Ma è importante anche portare l’alunno a comprendere quale possa essere la sua strada futura, senza illusioni.

Margherita Bettineschi, Brescia


Il direttore mi invita a risponderle e io, gentile signora Bettineschi, la ringrazio per le puntuali sollecitazioni. Lei solleva alcune questioni importanti, su cui noi docenti (e non solo noi) quotidianamente ci confrontiamo, magari con diversi punti di vista e differenti pareri. Non c’è dubbio che compito degli insegnanti sia anche quello di orientare i ragazzi: ciò avviene soprattutto al terzo anno della scuola media inferiore, in vista della scelta della scuola secondaria di secondo grado. Ricordo che in Italia vige l’obbligo “scolastico” fino ai 16 anni d’età, obbligo che non è fine a se stesso, bensì finalizzato al conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale. Esiste poi un obbligo “formativo” fino ai 18 anni (che può essere soddisfatto, ad esempio, anche attraverso le diverse forme di apprendistato lavorativo). Se questo è il quadro normativo, si comprende come sia certamente doveroso, come lei scrive, «portare l’alunno a comprendere quale possa essere la sua strada futura, senza illusioni», ma anche come non sia possibile abbandonare nessuno, appunto, lungo la strada. Quanto a che cosa uno studente debba «sapere e saper fare» alla fine del percorso scolastico, ciò è stabilito, per i licei, da un documento ministeriale del 2010 intitolato “Indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento”. Si trova facilmente in rete attraverso i più comuni motori di ricerca.

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