venerdì 5 agosto 2011
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Un blackout informatico ha bloccato alle 17.00 di ieri gli indici delle Borse europee. Già in forte e generale ribasso, le quotazioni di molti titoli hanno subito un autentico tracollo. Arrivando a sfiorare – tra alcune banche e aziende della solidità della Fiat – il 10 per cento. Un jamais vu. Sorgono pertanto una serie di interrogativi, in apparenza di natura tecnica, ma con risvolti che non vorremmo sbavassero nel giallo. Il momento in cui è avvenuto l’incidente telematico, innanzitutto: perché gli organismi di controllo non hanno bloccato le quotazioni e le contrattazioni? Anche perché sarà difficile cancellare il sospetto che qualche manina speculativa ne abbia approfittato. Il che forse, quale misura precauzionale, dovrebbe suggerire ai vertici finanziari europei e mondiali, un momento di pausa e riflessione: la sospensione degli scambi, in particolare delle vendite allo scoperto e tutti gli altri strumenti speculativi. Non sarebbe nemmeno la prima volta.D’altro canto, a prescindere dal funesto intoppo, l’atmosfera dei mercati già viveva momenti di fortissima tensione. Da fine luglio i ribassi si susseguono ininterrotti. Ovunque. «Ondata di speculazioni a ribasso», è la spiegazione ufficiale. Non fa una grinza: eppure si dovrebbe sapere chi vende, e se vende titoli effettivamente in suo possesso. Bisognerebbe anche che qualcuno spiegasse perché non esiste in simili circostanze una rete protettiva. Tuttavia una spiegazione che non si limiti al generico j’accuse contro la speculazione e i suoi inafferrabili artefici esiste. Lo ha fatto intendere il governatore uscente della Banca centrale europea, Jean–Claude Trichet. Ieri, ha denunciato uno scenario carico di nubi, in Europa e nell’intero emisfero capitalistico. Affermazioni che hanno colpito. Lasciando però senza risposta una questione cruciale: come e perché gli organismi internazionali, con il loro stuolo di super pagati burocrati ed esperti che affollano grattacieli zeppi di uffici, non hanno percepito l’arrivo del ciclone?D’altronde, non dimentichiamo ciò che è accaduto negli Usa, la Mecca del capitalismo, con il presidente Obama costretto a mendicare un’intesa fra repubblicani e democratici ad evitare, con le casse a secco, di sospendere il pagamento degli stipendi ai dipendenti pubblici e l’assistenza ai meno abbienti.Una la ragione possibile di questa crisi: la sindrome di Babilonia in cui è caduta l’economia capitalistica: anteporre la finanza alla produzione. Cioè l’economia di carta a quella reale. Con il risultato che alimentando la speranza (assurda) di divenire tutti ricchi, finiamo per andare verso l’impoverimento. Non ci si nasconda dietro un dito, ovunque: siamo purtroppo sull’orlo di un crac planetario che ripete quello degli anni 1929–1935. Milioni di disoccupati, povertà dilagante. E la soluzione, purtroppo, venne col riarmo, anticipatore di guerre.In questo scenario, la posizione dell’Italia è certamente delicata. La malattia, ormai contagiosa ed endemica, deve essere affrontata con spirito di solidarietà, nella consapevolezza che ci attendono stagioni dure e contrazione dei redditi, di rischi per l’occupazione.Attenzione, allora, a spargere ottimismo a buon mercato invocando (senza precisare come) una «ripresa». Qui, si tratta innanzitutto di circoscrivere i danni, prepararsi dopo decenni di carnevale finanziario a una lunga quaresima. E ciò è da essere chiaro a tutti; politicamente a maggioranza e opposizione. Non è tempo né di risse né di illusioni: occorre spegnere il fuoco che va divorando quei nostri risparmi, il nostro modello di vita. I tristi falò borsistici possono infatti anticipare l’arrivo di una generale crisi del sistema. Per questo è urgente che gli incontri di ieri tra governo e parti sociali abbiano un seguito concreto e immediato. Senza attendere il cadere delle foglie autunnali. Da subito occorre mettere in moto, con decreti legge, quegli strumenti che consentano di sbloccare lo stallo dell’economia.
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