giovedì 30 marzo 2017

«I giorni migliori sono davanti a noi», ha affermato un’ottimista, e anche un po’ irrispettosa, Theresa May, siglando l’atto formale della Brexit. «Non avremmo voluto arrivare a questo giorno», ha commentato realista Angela Merkel. Più rassegnato, e prevedibile, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk: «Oggi è una giornata triste». La Ue si è mossa ieri tra questi tre stati d’animo, vissuti o soltanto auspicati, come nel caso degli euroscettici, speranzosi di poter ripetere presto la storica frase della premier britannica. Sono bastate 96 ore per passare dai festeggiamenti per il 60° dei Trattati e dalla Dichiarazione di Roma - i 27 leader schierati scherzosi e sorridenti in Campidoglio - alla cupa mattinata di Bruxelles, in cui Londra ha consegnato la lettera del lungo addio, e all’ordinaria amministrazione di un’Unione litigiosa e ben poco concorde.


Ne abbiamo visto ieri alcuni effetti in Italia. In primo luogo con la parziale marcia indietro sugli aiuti per la ricostruzione post-terremoto nelle regioni centrali. Il presidente della Commissione Juncker aveva promesso eccezionalmente una copertura totale di alcuni interventi con i fondi di coesione Ue, che solitamente prevedono una compartecipazione del Paese beneficiario. Ma in fase esecutiva sette nazioni del blocco tedesco-scandinavo hanno imposto un cofinanziamento del 10% da parte di Roma, in modo da "responsabilizzarci" nell’uso dei 200 milioni di euro da stanziare. Una mancanza di fiducia, seppur non resa esplicita, ma accompagnata da una misura di "controllo" che riecheggia, nello spirito, le parole oltraggiose del presidente olandese dell’Eurogruppo Dijsselbloem, il quale aveva parlato di un Sud continentale incline a spendere i propri soldi in «donne e alcol».
Nelle stesse ore l’Austria decideva di intensificare le ispezioni al Brennero, per individuare e fermare cittadini extracomunitari provenienti dall’Italia e sprovvisti di documenti adatti a proseguire il viaggio. Spiegazione burocratica della volontà di rendere impermeabili le frontiere ai migranti, dopo avere appena denunciato il sistema della redistribuzione per quote di rifugiati tra i membri dell’Unione. In realtà, un modo tutt’altro che comunitario di scaricare su altri la questione dell’accoglienza, al fine di disinnescare le tensioni interne che hanno visto le forze anti-Europa arrivare sulla soglia delle stanze del potere e ancora premervi sfruttando ogni occasione per alimentare il risentimento.


Il contagio della Brexit, fomentato dai vari "populismi", è proprio quello che l’Unione teme e ha spesso cercato di bloccare con strategie poco efficaci. Molte concessioni (e cedimenti) a Londra non sono serviti a convincere gli apprendisti stregoni di Downing Street, sicuri di potere ottenere sempre di più, fino a camminare sul filo stretto del referendum che rischia di trasformarsi in un boomerang per la Gran Bretagna. Forse lo pensa la stessa signora May, che pure adesso si proclama esecutrice della volontà popolare. Tanti sono convinti del contrario, che cioè da soli si possa stare meglio, e la Ue continua a non dare loro chiari e convincenti segnali che si sbagliano. Il doppio sgarbo all’Italia sta a testimoniarlo in modo palese. Quando sembra vi sia una tendenza a irriderci o penalizzarci (per quanto, a volte, cercata e quasi invocata a fini di polemica interna), è persino strano che qualcuno non ricordi l’articolo 11 della Costituzione, il quale recita che «l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di libertà necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni" (il corsivo è nostro).


Eppure, che l’Europa senza confini, integrata e solidale possa essere la migliore soluzione, pur con tutte le sue imperfezioni e insufficienze, dovrebbe essere una constatazione tra le più semplici, dopo 60 anni di storia (largamente) di successo. Nell’avvio formale della Brexit, nell’ansia dei "migranti" comunitari in terra inglese incerti sul proprio futuro, nell’inizio della spartizione di agenzie e investimenti in partenza da Londra, c’è l’occasione per tutti di capire che l’Unione è preziosa e gli egoismi non pagano.La Gran Bretagna farà conti realistici della propria scelta solo fra qualche anno. Per i 27 oggi il messaggio è cristallino: solo una narrazione coinvolgente e un avvicinamento concreto e partecipativo tra cittadini ed istituzioni può rianimare un’Europa che appare più brutta di quello è e rendere chiaro tutto ciò che manca per rimettere in marcia il sogno e la concretezza dell’Unione possibile e necessaria. Ma è un fatto che chi ha una pessima cera suscita più diffidenza che attrazione.

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