«Violenza interessata, ibrida e senza fine»: così è la nuova guerra
Mary Kaldor, docente di Global Governance alla London School of Economics, spiega come è cambiata l’idea dello scontro bellico: «Adesso ha scopi diversi dalla vittoria militare, è disordine»

Mary Kaldor, docente di Global Governance alla London School of Economics, è la "conflittologa" che alla fine degli anni ’90 ha introdotto nel dibattito pubblico e accademico il concetto delle «nuove guerre». I suoi studi sono tra le fonti più autorevoli di chi cerca di capire perché, 80 anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, a suo dire «l’ultimo classico grande scontro tra Stati », il mondo continua ad essere sconvolto dai conflitti. Secondo l’esperta, negli ultimi anni, «la tecnologia militare è diventata così incredibilmente letale e precisa che, lo abbiamo visto in tanti conflitti contemporanei, non ultimo in quello tra Russia e Ucraina, non si può più ottenere un vantaggio militare netto come in passato». Tantomeno geopolitico e territoriale in senso tradizionale. Oggi, spiega, «la violenza ha scopi diversi dalla vittoria di una nazione su un’altra».
Quali? All’origine delle nuove guerre, Kaldor intravede motivazioni dai tratti «inquietanti». «Molte persone traggono beneficio dalla possibilità di usare la forza contro i civili innescando logiche che senza fine. Una violenza presentata come guerra, penso agli scontri in Sudan, Congo o Yemen, in realtà è un’operazione che avvantaggia i piccoli gruppi armati perché gli procura denaro. Ci sono movimenti che, sempre con la forza, riescono a mobilitare persone attorno a ideologie estremiste. In molte situazioni l’interesse a mantenere aperta la guerra è molto più forte di quello a porvi fine». «Estremamente allarmanti» sono poi le dinamiche che alimentano le cosiddette «guerre ibride». «I servizi di intelligence di vari Paesi hanno sempre cercato di fare disinformazione o di attaccare i sistemi informatici dei governi nemici. Ma la scala di queste operazioni, oggi, è molto più vasta». «Credo che la Russia e altri, in un certo senso potrei dire persino Trump, stiano cercando di creare disordine perché la democrazia in Europa, o altrove, rappresenta una minaccia per le loro oligarchie».
Kaldor lo scriveva già nel 1999: i nuovi conflitti sono una sorta di «violenza organizzata in cui confluiscono ragioni militari e criminalità, economia illegale e violazioni dei diritti umani». Nuovi devono essere anche gli strumenti per fronteggiarli. «I politici, oggi, ci dicono che dobbiamo aumentare la spesa per la difesa e dotarci di armi nucleari anche a costo di ridurre il welfare e gli aiuti internazionali. Su questi argomenti non c’è un vero dibattito pubblico. La loro mentalità è ferma ai tempi della Guerra fredda. Pensano che dovremmo avere le stesse armi di allora dimenticando che proprio quell’approccio contribuì a mantenere viva la tensione». «Io credo che la spesa per la difesa debba essere ottimizzata in senso ampio. Occorrono, certo, scudi aerei più efficienti, come ci insegna l’esperienza in Ucraina, ma è fondamentale ridurre la vulnerabilità alle minacce ibride che si nutrono dalla polarizzazione che caratterizza le nostre società. Problemi come disuguaglianza e migrazione devono essere affrontati. Se spendiamo troppo in armamenti senza occuparci di questi aspetti sociali, diventeremo molto vulnerabili».
Kaldor è convinta che ci sia una lezione da imparare da ogni conflitto. Anche, e soprattutto, da quelli dimenticati sia del presente che del passato. «La storia del XIX secolo è per lo più di pace ma spesso dimentichiamo che nelle colonie delle potenze imperiali c’era violenza continua. Mi colpisce sempre quanto poco sappiamo, per esempio, di ciò che è accaduto nelle Americhe, dove intere popolazioni indigene sono state, letteralmente, sterminate. In un certo senso, le guerre dimenticate di oggi sono l’eredità proprio di quel pezzo di storia». «Sono una grande ammiratrice del filosofo Immanuel Kant secondo cui, così scriveva nel 1795 in Per la pace perpetua, il mondo si è ristretto al punto che una violazione del diritto in qualsiasi luogo viene percepita ovunque. Se questo era vero cinquant’anni, fa dovrebbe esserlo ancora di più oggi, nell’era dei social media. Eppure, non è così». «La cronaca dei grandi conflitti tra Stati spesso oscura la galassia di quelli più piccoli, di lunga durata, scoppiati chissà quando e, di fatto, mai finiti».
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