Dal bosco al Senato, l'appello di Catherine e Nathan: «Chiediamo di tornare ad essere famiglia»

Dopo oltre 4 mesi di separazione dai figli la coppia anglo-australiana ricevuta da La Russa chiede di superare le rigidità e avviare un percorso di ricongiungimento. Attesa per il nuovo pronunciamento della Corte d’Appello fissato per il 21 aprile
March 25, 2026
I genitori della “famiglia nel bosco”, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, fuori Palazzo Giustiniani al termine dell'incontro con il presidente del Senato Ignazio La Russa
I genitori della “famiglia nel bosco”, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, fuori Palazzo Giustiniani al termine dell'incontro con il presidente del Senato Ignazio La Russa
La scena, a Palazzo Giustiniani, cambia in fretta i suoi tratti istituzionali e diventa toccante per tutti, anche per i giornalisti assiepati tutt'intorno. Mano nella mano, con compostezza, Nathan e Catherine - la coppia anglo-australiana della “famiglia nel bosco” - varcano la soglia dell’edificio (che ospita incontri meno formali rispetto a quelli di Palazzo Madama) per un colloquio durato poco più di mezz’ora con il presidente del Senato Ignazio La Russa. L’incontro assume fin dall’inizio i contorni di un gesto politico più orientato a favorire un clima che a incidere direttamente sui procedimenti in corso. O almeno, così rivendica lo stesso La Russa esplicitando con nettezza i limiti del proprio intervento e indicando la sua auspicabile funzione di “moral suasion” rivolta a tutte le parti coinvolte: non tanto un’ingerenza nell’operato della magistratura, come si poteva pensare dopo l'annuncio della visita, ma un invito a superare quelle rigidità che negli ultimi mesi hanno complicato una situazione già segnata da tensioni e incomprensioni. «Non ho né titoli né intenzione di mettere in discussione i provvedimenti dell’autorità giudiziaria» chiarisce ulteriormente il presidente del Senato.
Il momento d'impatto in ogni caso è all'uscita, quando i due genitori decidono di fermarsi davanti alle telecamere. Con la voce rotta dal pianto, Catherine - stivali marroni, gonna e camicia di colore bianco, un cestino di vimini per borsa - ai cronisti legge una lettera che sa di appello, in inglese, tradotta da un'interprete. Al suo fianco il marito, Nathan, una mano che le accarezza la spalla. Segno di condivisione e di conforto in questi giorni che non negano essere «difficili e dolorosi». «Dopo mesi di completo silenzio, Nathan e io vogliamo esprimere la nostra sincera gratitudine a chiunque ci abbia supportato in questi giorni lunghi e profondamente difficili, pieni di dolore e tristezza per i nostri bambini. Abbiamo scelto l'Italia perché aveva gli stessi valori con cui volevamo crescere i nostri bambini e cioè la famiglia, l'amore, lo stare insieme, il vivere e il mangiare in maniera naturale e più di tutto un'esistenza piena d'amore e pace, dove le persone si supportano» dice la donna. «Ciò che siamo venuti a offrire qui oggi è la nostra verità e il nostro continuo impegno a essere i genitori responsabili, rispettosi e amorevoli che siamo e con questa verità nel dolore più insopportabile siamo venuti qui a tendere una mano a chiedere di essere ascoltati e a chiedere di tornare a essere di nuovo una famiglia».
Da oltre quattro mesi la vicenda della famiglia di Palmoli,  trasferitasi anni fa in un contesto di vita neorurale, si è trasformata in una complessa battaglia legale, dopo che i giudici hanno disposto l’allontanamento dei tre figli dall’abitazione familiare immersa nel bosco. Dal 20 novembre i minori sono ospitati in una casa famiglia; il 6 marzo scorso anche la madre è stata allontanata dalla struttura, sulla base della valutazione di un atteggiamento ritenuto ostile e squalificante nei confronti del percorso indicato dai servizi sociali. Decisioni che affondano le loro radici in un periodo di oltre tredici mesi segnato - secondo le relazioni degli operatori - da persistenti difficoltà relazionali e da una sostanziale indisponibilità a conformarsi alle prescrizioni stabilite dall’autorità giudiziaria. Eppure, nelle ultime settimane, qualcosa sembra essersi mosso. La stessa Catherine ha lasciato intendere una nuova disponibilità ad accogliere le richieste dei giudici, segnale che potrebbe rappresentare il primo passo verso un possibile ricongiungimento. Resta ora una data cerchiata sul calendario: il 21 aprile, quando la Corte d’Appello tornerà a esprimersi sulle richieste avanzate dai legali della coppia per avviare un percorso di riavvicinamento tra genitori e figli. Sarà un passaggio decisivo, non soltanto sul piano giuridico, ma anche su quello umano. Perché, al di là delle interpretazioni e delle posizioni contrapposte, il cuore della vicenda rimane quello evocato dallo stesso presidente del Senato: la convinzione, largamente condivisa nella cultura giuridica e pedagogica contemporanea, che il bene dei minori trovi il suo compimento più pieno quando è possibile crescere accanto al padre e alla madre, dentro relazioni capaci di fiducia reciproca e di responsabilità condivisa.

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