Referendum e riforme: un Parlamento da ritrovare
Il voto richiama al ruolo centrale delle Camere, ma senza una nuova legge elettorale e maggiore autonomia dei parlamentari difficilmente la partecipazione si tradurrà in cambiamento.

C’è un vincitore virtuale in questa consultazione referendaria, ed è il Parlamento, con scarsa consapevolezza – va subito aggiunto – da parte dei suoi attuali interpreti. Il dettato costituzionale è stato visto come una complicazione burocratica da aggirare nel più breve tempo possibile, per cui le Camere non hanno toccato palla per quattro volte, restando il testo quello uscito dai vertici di maggioranza. Il verdetto uscito dalle urne, se lo si accosta ai tentativi bocciati a suo tempo anche a Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, suona come un invito per il futuro a lasciar fare le riforme a chi ne ha la titolarità: il Parlamento per l’appunto, non il governo.
A fine campagna elettorale, dopo che fior di giuristi avevano provato a convincere gli elettori, alle prese con ben altre priorità, delle loro ragioni contrapposte, un’artista popolare come Fiorella Mannoia ha detto una cosa persino banale, ma che non meritava di essere banalizzata: che volete che ci capisca la gente semplice di complicati sistemi di sorteggio o di sistemi accusatori, procedure disciplinari, separazioni di funzioni o di carriere? Nel dubbio, ha sostenuto l’artista, meglio tenersi questa Costituzione. Ed è accaduto proprio questo. Senza finire per teorizzare l’immutabilità della Carta costituzionale, e nemmeno una sorta di diritto alla disinformazione, urge una messa a fuoco del concetto di classe dirigente. Il Parlamento, quando è chiamato ad aggiornare i testi dell’Assemblea costituente, dovrebbe munirsi di ago e filo, e osservare analogo scrupolo, prudenza e tensione al bene comune, avendo tempo e modo di poterlo fare. Niente di tutto questo è accaduto, invece.
Ora, c’è un passaggio rivelatore di un’intervista rilasciata a questo giornale dal “padre” della proposta di premierato, il professor Francesco Saverio Marini, in cui sostenne con estrema franchezza che quel progetto di riforma non auspicava il consenso dei due terzi del Parlamento, essendo il referendum confermativo un esito non temuto, ma addirittura auspicato, per avere il conforto della pubblica opinione. Ecco il punto: quando le larghe intese auspicate dalla Costituzione non vengono nemmeno cercate, anzi vengono aborrite come “inciucio” (sinonimo dialettale di Parlamento) la risposta del corpo elettorale finisce quasi sempre per penalizzare chi si avventura per questa strada, per cui sarà difficile che l’esperimento si ripeta.
L’auspicio per il futuro è quello del cardinale Zuppi, di un ritorno a un clima di dialogo costruttivo per il bene comune. I cattolici fuori dalla politica hanno dato il buon esempio in questa campagna elettorale, sviluppando un dibattito costruttivo e rispettoso delle posizioni altrui. La Chiesa, d’altronde, da Camaldoli fino alla Settimana sociale di Trieste, ha sempre chiesto loro di mettersi al servizio dell’unità del Paese, oltre lo spirito di parte. Ma purtroppo finché ci sarà una legge elettorale che favorisce “nominati” e “cerchi magici” la selezioni avverrà sempre in base alla fedeltà ai “capi” e la libera discussione sarà bollata come intelligenza col nemico.
Se questo referendum ha portato alla luce un’inattesa voglia di partecipazione, anche fra i giovani, sarebbe il caso, ora, di favorirla. Tuttavia, non è tempo di “peones”, questo: è complicato aspettarsi da parlamentari eletti con i criteri attuali un’iniziativa autonoma dai loro capi. che decideranno del loro destino anche al prossimo giro. E così, in un sistema del genere, i più penalizzati sono i militanti affermatisi nell’associazionismo e nell’impegno civile, e non alla corte dei leader. Servirebbe allora, forse, un’iniziativa popolare – perché no – che renda di nuovo possibile la selezione della classe dirigente dal basso (con le preferenze o con piccoli collegi uninominali). In tempi di partecipazione al voto ai minimi storici dovrebbe essere, questa sì, una priorità.
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