Lo smart working fa nascere più figli dei bonus. Perché impedirlo?
Mentre aziende private e pubbliche ordinano il rientro in ufficio, uno studio sostiene che con una maggiore diffusione del lavoro a distanza in Italia potrebbero venire al mondo 12.800 figli in più. Servirebbe un dibattito più ampio

Dalle aziende private al pubblico impiego, la tendenza ormai è chiara: dopo cinque anni durante i quali il lavoro da casa si è diffuso ampiamente, la campanella da “ricreazione finita” ha incominciato a suonare un po’ ovunque. «Cari colleghi, è tempo di tornare in ufficio» è la frase emblematica di questo ciclo di riflusso (copyright: Antonio Filosa, ad di Stellantis) grido che riecheggia come un richiamo alla base e sembra delineare la fine di una stagione. Un dietrofront non sempre gradito, tanto che in alcuni contesti sono state avviate trattative sindacali e proclamati scioperi. Al di là di tutto, passare da una fase di espansione dello smart working a una ritirata senza un vero dibattito pubblico può non essere l'ideale. Soprattutto per un Paese come il nostro che sperimenta tante rigidità in fatto di conciliazione dei tempi del lavoro con quelli della famiglia e segnato da una crisi demografica da record mondiale. Il collegamento tra nascite e “smart” non è casuale: uno studio condotto da ricercatori della Stanford University, del King’s College di Londra e dell’Ifo tedesco ha dimostrato che il lavoro da casa può influenzare la fecondità in modo statisticamente significativo. Tra una coppia in cui entrambi i potenziali genitori hanno la possibilità di lavorare da casa e una a cui questa forma di flessibilità è preclusa, infatti, la differenza è di 0,32 figli in più per donna a favore della prima famiglia. A beneficiare del dividendo demografico maggiore, tra i 38 Paesi considerati dalla ricerca, sono gli Stati Uniti, dove lo smart working contribuisce per l’8,1% alla fecondità nazionale. A seguire ci sono il Canada (7,6%), la Corea del Sud (6,4%) e il Regno Unito (6,2%). In Italia e Giappone, invece, l’impatto del lavoro da casa è solo del 3,1% sul tasso di fecondità totale. Le differenze sono dovute alla maggiore o minore diffusione del lavoro da remoto, che nei Paesi "virtuosi" si avvicina al 40-50%, mentre in Italia riguarda solo una donna su cinque, o meno di un adulto ogni quattro. La ricerca stima che se il nostro Paese ampliasse la diffusione dello smart working al livello delle nazioni in testa alla classifica, nascerebbero 12.800 figli in più in un anno. Che sui 370mila venuti al mondo nel 2025 è un balzo di circa il 3,5%. Di fronte a queste cifre i ricercatori arrivano a vedere nel lavoro a distanza una risposta per contrastare il calo demografico, persino più importante dei sussidi governativi, grazie alla possibilità di conciliare meglio compiti domestici e incarichi di lavoro e di dividersi in modo più efficace tra padre e madre la cura dei piccoli. Un aspetto interessante riguarda la quantità di tempo da utilizzare: un solo giorno a settimana sarebbe sufficiente a produrre effetti sulla natalità, di più non serve.
Le ragioni per mantenere alta l'attenzione sugli effetti del lavoro da casa non si fermano qui. Uno studio condotto da una ricercatrice del Gran Sasso Science Institute (Jansen, 2025), di cui avevamo scritto lo scorso marzo, aveva rilevato che se anche uno solo dei componenti della coppia ha la possibilità di lavorare da remoto, le probabilità di pianificare una gravidanza aumentano del 40%. Altre ricerche hanno dimostrato un impatto significativo dell’impiego a distanza quanto a soddisfazione lavorativa delle donne (Esposito, 2024), o fatto capire che se si vogliono coinvolgere di più i padri nei compiti di casa e nella cura dei figli, il lavoro da remoto è molto più efficace rispetto alla semplice flessibilità oraria nell’ingresso o nell’uscita dall'ufficio, che di fatto si rivela ininfluente (Brega, 2025). Ovviamente, il lavoro da casa non è per tutti, e già questo restringe molto il campo in Italia, mentre gli aspetti problematici non devono essere trascurati: si pensi al possibile calo della produttività in alcuni contesti, al rischio di isolamento dei lavoratori “in smart”, a quanto la formazione dei giovani può risentirne, o alle difficoltà dei manager nel gestire gruppi di lavoro. Tuttavia, in uno scenario di figli che non nascono, e di cervelli che non restano, e di fronte a una nuova crisi energetica, la fretta di fischiare la fine dei giochi per il lavoro a distanza può far perdere un’occasione per riflettere meglio sulle strade che portano ad avere un Paese più moderno e competitivo.
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