La fragile Italia si gioca la faccia. "Ringhio boys", ultima chiamata Mondiale

Foto del Paese reale nel pallone. Domani sera a Bergamo se la Nazionale di Gattuso non supera l'Irlanda del Nord è fuori dai Mondiali, sarebbe la terza volta di fila
March 25, 2026
La fragile Italia si gioca la faccia. "Ringhio boys", ultima chiamata Mondiale
Il ct della Nazionale Rino Gattuso nell'allenamento di rifinitura prima dello "spareggio Mondiale" di domani a Bergamo Italia-Irlanda del Nord (foto Ansa)
Vent’anni fa, il calcio italiano sotto il cielo di Berlino alzava la Coppa del mondo. Vent’anni dopo, dal sottoscala in cui si trovano gli azzurri del ct Rino Gattuso provano a non fallire per la terza volta di fila (dopo il 2018 e il 2022) l’accesso al Mondiale, quello di Usa-Messico-Canada 2026, alias il gran ballo delle 48 nazionali volute dal “Maga-presidente” della Fifa Gianni Infantino. Del resto anche l’arte dello sport varia.
In quest’ultimo lustro abbiamo avuto l’uomo più veloce del mondo (Jacobs) e quello che saltava più in alto di tutti (Tamberi). Alle ultime Olimpiadi invernali di Milano Cortina abbiamo scoperto che siamo un popolo di sciatori e pattinatori. Nel tennis ad illuminare il pianeta dei gesti bianchi è arrivata la cometa Sinner. Primi al mondo nel volley, sia uomini che donne e in F.1 il pilota del futuro guida una Mercedes ma è italianissimo, il 19enne bolognese Andrea Kimi Antonelli. Insomma, quasi tutti gli sport ci fanno felici e vincenti, tranne il calcio.
«Non provo alcuna gelosia verso le altre discipline che adesso stanno vincendo, piuttosto mi gasa e mi rende fiero di essere italiano», ha ringhiato il patriottico Gattuso che stasera a Bergamo deve battere l’Irlanda del Nord se non vuole fare la fine dei suoi due illustri predecessori: Giampiero Ventura eliminato dalla Svezia e fuori dai Mondiali russi del 2018, Roberto Mancini campione d’Europa nel 2021 ma mai pervenuto a Qatar 2022. Il “Mancio” poi lasciò dopo un gioco di “piccoli equivoci” avuti con il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina, per i suoi tanti detrattori ormai semplicemente “Slavina”. Nessuno ricorda più la breve parentesi di Luciano Spalletti, il ct dell’eurodisastro del 2024, tornato di corsa ad allenare un club, la Juventus.
Ed ecco che la palla bollente è passata al donchisciottesco Gattuso, che nella parte del selezionatore dei “Ringhio boys” ci si è calato con la stessa grinta con cui in campo intimava il rispetto al giocoliere d’oro Cristiano Ronaldo. Ma adesso il gioco si fa davvero duro: o si vincono le due sfide, con l’Irlanda e poi la vincente tra Galles e Bosnia, o a giugno ci toccherà tifare per il piccolo grande Coraçao o l’Uzbekistan di Fabio Cannavaro.
Rino prova a fare il normalizzatore, arte appresa dal suo vecchio condottiero milanista Carletto Ancelotti, che tanti sognavano ct azzurro, ma dopo l’era galattica al Real Madrid ha scelto come ultima spiaggia Ipanema per rianimare le sorti della Seleçao. Riusciranno i nostri due eroi, Rino e Carletto, a ritrovarsi da avversari ai prossimi Mondiali? È uno dei tanti rompicapo di questa vigilia da azzurro tenebra arpiniana, perché il materiale tecnico e umano è già assai carente, se poi di mezzo ci si mettono anche le defezioni di ciò che resta di quest’amico fragile che è il calcio italiano, lo scenario si fa tetro. Gattuso ha spiazzato tutti con la convocazione di Federico Chiesa che era andato a Liverpool con l’ambizione di diventare un Beatles ed è diventato l’anonimo italiano (ha giocato appena 673’).
Ma Gattuso, che da sempre sta dalla parte degli ultimi, voleva riabilitare l’attaccante che non indossava la dispregiata maglia azzurra dall’eliminazione da Euro 2024 contro la Svizzera. A Coverciano il mesto Federico si è presentato da “pacco” di De Martino, per dire: ringrazio il ct, ma rifiuto l’offerta. «Non si sentiva pronto e io ho bisogno di chi lo è davvero, ha qualche problema da sistemare», la giustificazione del paterno Rino che ha ripiegato su Cambiaghi, lo “spaccapartite del Bologna”. Con i muscoli a pezzi si sono presentati l’atalantino Scamacca, il romanista Mancini e l’interista Bastoni, quest’ultimo graziato dalla Federazione e da Ringhio nonostante il brutto gesto anti-fairplay nella gara contro la Juventus, simulazione e richiesta di espulsione, ottenuta, ai danni del povero Kalulu. Scene che al Gattuso calciatore avrebbero provocato reazioni più piccanti del consumo di un intero cesto di peperoncino calabro.
Ma la maturità porta a sposare il compromesso. Del resto questa sua povera Italia ricomincia umilmente da tre: dal portierone Donnarumma, il metronomo Tonali e la speranza poetica “t’amo Pio 9” (cito mastro Roberto Beccantini) del giovane bomber Esposito. Tutto il resto è davvero noia. Gattuso, da ex milanista liberale, punta sul “blocco Inter” che gli esperti, sì fa per dire, definiscono “psicologicamente fragili” negli scontri finali. Questa con l’Irlanda è una finale, poi ci sarà la finalissima del 31 marzo, la “stressante” trasferta a Cardiff, in caso di vittoria del Galles oppure a Zenica, se passerà la Bosnia. I bosniaci hanno partecipato una sola volta al Mondiale, nel 2014, i gallesi a due edizioni e la prima volta fu nel 1958. Anno in cui l’Italia alle eliminatorie del mondiale di Svezia l’Italia fu buttata fuori dall’Irlanda. Corsi e ricorsi? Quella era la Nazionale degli “oriundi” (Montuori, Da Costa, Schiaffino e Ghiggia) e dopo l’eliminazione gridarono allo “scandalo” dei troppi stranieri in Serie A.
Settant’anni dopo, in A gli stranieri ormai sfiorano il 70% dei tesserati, mentre d’italiani in giro per il mondo ce ne saranno meno di 160 e di questi un quinto militano nelle squadre dei “pregiatissimi” campionati di Slovenia e Malta, mentre solo una minoranza è stata ingaggiata da un top club dei 4 migliori tornei continentali. Vale a dire la Francia che all’estero esporta quasi 1.200 calciatori, l’Inghilterra che sul mercato globale ne piazza 586, la Spagna 514 e la Germania 475. Questo è il quadro del Paese reale del calcio. Provaci ancora Rino, e che alla terza, magari, si possa udire il ringhio italiano.

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