Viaggio a Gjader, l'incubo albanese dei migranti. «Urlano nel silenzio, nessuno risponde»
di Francesca Ghirardelli, Gjader (Albania)
I residenti che abitano vicino al centro raccontano la vita di tutti i giorni. «Non sappiamo quante persone ci siano là dentro, sappiamo solo che sembrano arrabbiati». Il Tavolo Asilo: «Sono strutture al di fuori del perimetro del diritto». La storia di suor Alma: «Siamo contro i Cpr, ma proviamo a creare lo stesso comunità»

Scende dalla bici e si ferma a poche centinaia di metri dal Cpr italiano, tra i campi e alcune case sparse. Il signor Jozef, che vive a Gjader, dice di non sapere granché di chi è trattenuto lì dentro. «Man mano che arrivano, li fanno andare via. In un periodo il centro è stato quasi vuoto, gli operai dei dintorni erano senza lavoro. Ora si è riattivato». Poi, aggiunge: «Le persone all’interno urlano a volte, di notte e di giorno. È così che sappiamo se c’è qualcuno. Sembrano arrabbiati». Dall’apertura nell’ottobre del 2024, quando si prevedeva soprattutto il trattenimento dei richiedenti asilo intercettati in mare, e poi, dopo il decreto-legge del marzo 2025 con cui invece si è puntato a portare qui in Albania persone già trattenute in Italia nei Centri di Permanenza e Rimpatrio, la controversa struttura ha registrato sempre presenze ridottissime. A febbraio, però, si è contato un picco di presenze, oltre novanta.
Nel bar accanto alla scuola del villaggio, seduto con altri residenti, il signor Agroni conferma: «Urla? Sì, da casa di mia figlia, là vicino le sento. E colpi sulle inferriate». Un altro abitante del posto, che faceva il guardiano quando c’era il cantiere, aggiunge che si è saputo che qualcuno ha inghiottito un cucchiaio per andare in ospedale. «Si fanno del male di proposito», dice. Venti auto parcheggiate all’esterno del Cpr, almeno sette all’interno. «Quante persone ci siano dentro, non lo sappiamo», ci dicono poliziotti albanesi all’ingresso. Si apre il cancello e due agenti italiani ci chiedono di allontanarci. Da sopra la collina si scorge un blocco di container, ma attorno non si vede nessuno. Questo segmento era nato per i richiedenti asilo intercettati in mare, da sottoporre a procedure accelerate se di Paesi di origine sicuri. Quel tipo di trattenimento è stato sospeso dopo un rinvio alla Corte di Giustizia dell’Ue. Più in là sorge il Cpr, un quadrato con stanze-celle. Nel cortile interno, grate sopra la testa, tra le persone e il cielo.
Suor Alma, che a Gjader gestisce la casa-famiglia “Rozalba”, ci racconta che all’apertura del centro, il direttore si era rivolto a lei, lì da ventiquattro anni, per offrire ai residenti possibilità di lavoro. «La maggior parte degli assunti sono locali, mediatori, personale sanitario, di mensa e pulizie, tra le venti e le trenta persone. Per un villaggio piccolo, è molto». Delle urla non sa nulla. «Non le abbiamo mai sentite. Io non sono d’accordo con il sistema dei Cpr in sé, però qui abbiamo fatto una scelta di comunità», aggiunge. All’interno, infatti, una delle sue suore è mediatrice culturale. «È una figura di consolazione. Per quanto ne so, i servizi sono ottimi». Che sia un centro ben equipaggiato dà conferma Francesco Ferri di ActionAid e del Tavolo Asilo e Immigrazione. È entrato diverse volte con parlamentari in visita ispettiva. «Sotto alcuni profili, rispetto ai Cpr italiani, quello di Gjader è eccellente», spiega al telefono. «L’ente gestore ci ha mostrato spesso l’ala sanitaria, le tecnologie moderne. Però anche la struttura migliore, a cosa vale se poi è al di fuori del perimetro del diritto e se le procedure producono sofferenza? Presso la Corte di Giustizia dell’Ue pendono ancora due rinvii pregiudiziali». L’ultima volta che è entrato è stata tra il 23 e il 24 febbraio, nei giorni del picco di presenze.
«Sappiamo di un nucleo di trattenuti lì da molti mesi, perché non possono accedere alla domanda di asilo e le autorità non riescono a rimpatriarli», spiega l’attivista. Si trova tuttora nel centro un assistito dell’avvocato Salvatore Fachile di Asgi. È un cittadino togolese mandato in Albania per due volte. «Dopo la liberazione per il suo stato di salute, tornato in Sicilia lo hanno fermato di nuovo e per la seconda volta è a Gjader», spiega il legale. «Verso il Togo un rimpatrio è difficilissimo, abbiamo chiesto più volte al Consolato di organizzarlo, ma non rispondono». Che senso ha, allora, un trasferimento in un Cpr, chiediamo. «Nessun senso, probabilmente per fare numero. Il mio cliente ha subito un’operazione alla mandibola, ora non segue le terapie, non riesce a incontrare specialisti. L’unico medico è privato, dell’ente gestore che è pagato per giorni di permanenza dei trattenuti, c’è conflitto di interesse. Una sanità pubblica che garantisca il diritto alla salute non c’è nei Cpr in generale, ma ancora meno a Gjader. Nessuna rete esterna di ospedali, Asl o servizi psichiatrici su cui contare. Il diritto alla vita privata e quello alla salute mancano non per carenze, ma perché strutturalmente all’estero non sono possibili», conclude. Casi di «sofferenza acutissima, disagio psicofisico, intontimento forse per farmaci»: li ha riscontrati, nelle visite, Francesco Ferri che a febbraio ha avuto «la sensazione forte di uno stato di agitazione più alto che in passato. Ci hanno mostrato ferite autoinferte. Ho ascoltato storie di chi, da vent’anni in Italia con un lavoro stabile, l’ha poi perduto e con quello il permesso di soggiorno. In molti ci hanno chiesto, angosciati: “Perché sono qui, perché proprio io?” A queste domande noi non abbiamo risposte».
© RIPRODUZIONE RISERVATA






