«Vi spiego perché Hezbollah dovrebbe dire addio alle armi e scegliere la via politica»
di Nello Scavo, inviato a Beirut
Parla il comandante storico delle Forze libanesi, Abou Nader. «A Beirut situazione gravissima, il "Partito di Dio" vuole prendere decisioni al posto del governo. Non sono tutti fanatici, ma la loro struttura risponde a Teheran. Intanto il nostro Paese rischia l'invasione di terra da parte di Israele»

Fouad Abou Nader è di quegli uomini che già da vivi occupano pagine dei libri di storia. Attacca Hezbollah, ma non crede che il “Partito di Dio”, debba essere cancellato. Semmai coinvolto in una transizione pienamente politica, ma rinunciando alle armi.
Già deputato e oggi medico impegnato nel volontariato, non solo per le cronache Abou Nader è un personaggio leggendario. Nipote del fondatore del partito “Kataeb”, Pierre Gemayel, divenne capo dell’unità d’élite “BG” delle forze regolari Kataeb. Rimase ferito gravemente in scontri nel 1975, nel 1976 e nel 1983, e sopravvisse a un attentato nel 1986. Durante la guerra interna divenne comandante delle “Forze libanesi” (Fl), la coalizione delle milizie cristiane. Quando Samir Geagea, attuale leader delle “Forze libanesi”, guidò un’intifada contro di lui, Nader non represse la rivolta con la forza: «Come spiego domani a tutte queste madri il martirio dei loro figli? Solo per restare al mio posto di capo delle Fl?». Accettò di dimettersi per evitare spargimento di sangue tra cristiani.
Come descriverebbe l’attuale quadro libanese?
Siamo in una situazione gravissima. C’è un’organizzazione armata, Hezbollah, che vuole prendere decisioni al posto del governo, che vorrebbe decidere per conto di tutti noi. Ha deciso di combattere in Siria, di combattere a Gaza, di sostenere i palestinesi. La causa palestinese è una causa giusta. Ma non siamo noi a doverla portare sulle spalle da soli, pagandone un prezzo così alto. I Paesi arabi hanno lasciato i palestinesi soli. Il Libano non è il solo Paese a sostenere dal 1967 i diritti dei palestinesi. Eppure siamo noi a essere colpiti da Israele.
Crede che Israele stia preparando un’invasione di terra?
Sì, senza dubbio. Quello che vediamo - i bombardamenti, i raid, la distruzione di infrastrutture, le vittime civili, gli attacchi contro Unifil - è tutto in funzione della preparazione all’invasione. Israele non ama combattere sotto la pioggia e la neve. Quindi questo è il momento in cui si sta predisponendo per invaderci.
Secondo le sue informazioni, in che modo potrebbe avvenire?
La prima fase è quella attuale, sul terreno. La seconda sarà l’invasione vera e propria. Il governo libanese non riuscirà a impedirla. Ci troveremo a dover ridefinire le nostre posizioni e a cooperare con i contingenti internazionali per garantire sicurezza. Se l’invasione avverrà, le conseguenze sociali ed economiche saranno devastanti: carenza di tutto, nessuna liquidità, nessuna banca operativa, nessun sistema sanitario o educativo funzionante. Oltre a 1,2 milioni di rifugiati da gestire. Ma non sarà quella l’ultima fase.
Allude al rischio di una nuova guerra civile?
È sempre possibile, in Libano. Non ora, non in questo momento. Ma se la situazione dovesse degenerare e i negoziati non dovessero fermare questi piani, il quadro potrebbe cambiare radicalmente. Aggiungiamo la distruzione, i rifugiati, la disoccupazione, la mancanza di denaro, la chiusura del porto: ci saranno tutti gli ingredienti per un conflitto interno. E c’è un elemento nuovo, rispetto al passato.
Quale?
Durante la guerra del 2006, quando sfollati dal sud arrivavano a Beirut, la gente apriva le porte di casa, senza distinzioni di religione o appartenenza. Oggi non è più così. Ci sono famiglie che hanno perso la casa e non sanno dove andare, perché chi ha una seconda abitazione teme rappresaglie se ospitasse qualcuno ritenuto vicino ad Hezbollah. Le divisioni sono profonde. E se la situazione precipitasse, chi non si schiererà con Hezbollah verrebbe indicato come traditore, come agente di Israele. Lo hanno già fatto in passato, con personalità che avevano semplicemente osato di decidere autonomamente.
Si può fermare questa spirale?
L’unica via d’uscita è il disarmo di Hezbollah come forza militare. La componente politica può continuare ad esistere come partito. Ma i combattenti devono essere reintegrati: una parte nell’esercito, una parte nelle forze di polizia, il resto nella vita civile libanese. Non tutti sono fanatici. Molti sono persone normali, intrappolate in una struttura che risponde a Teheran, non a Beirut. Bisogna però aspettare il momento giusto: occorrono mesi, forse anni, per costruire un consenso interno che isoli chi vuole continuare a usare il Libano come pedina. È fondamentale, in questo senso, fare una distinzione: Hezbollah come partito libanese è una cosa; Hezbollah come proxy iraniano è un’altra. Non tutti i suoi membri condividono la visione di Teheran.
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