Trump prende dieci giorni per decidere sull'attacco all'Iran
di Luca Miele
L'esercito americano è "in posizione". Si tratterebbe di un'azione su vasta scala

Quanto è vicino l’attacco Usa in Iran? L’apertura di un nuovo fronte di guerra da parte del presidente che ambisce a tutti i costi al Nobel per la Pace – e nel giorno del debutto del Il Board of Peace a Washington - è questione di (pochi) giorni? Ne sono convinte sempre più fonti di stampa Usa. L’attacco sarebbe imminente. Addirittura potrebbe avvenire già sabato. Anche se oggi il presidente Usa, dal palcoscenico del Board of Peace a Washington, ha aperto una nuova finestra temporale: «Scopriremo cosa succede con l’Iran tra circa 10 giorni». Non solo: il tycoon ha anche sottolineato che gli Stati Uniti «hanno buoni rapporti» con i negoziatori di Teheran. La conclusione resta però la stessa: o ci sarà un «accordo significativo» sul nucleare iraniano o ci saranno «brutte cose». Siamo dunque a un p asso dall'operazione militare (i cui esisti sono difficilmente prevedibili) o davanti a una manifestazione di potenza per "accelerare" la strada dei negoziati?
All'inizio della settimana, Teheran aveva dichiarato di aver raggiunto un'intesa con gli Stati Uniti sui principali "principi guida" per risolvere la controversia sul programma nucleare. Per gli Usa sarebbe "molto saggio" raggiungere un accordo con gli Stati Uniti. Due sono i punti fermi. Primo: i massimi funzionari dell'amministrazione per la sicurezza nazionale Usa si sono incontrati ieri nella Situation Room della Casa Bianca. Trump è stato informato dall'inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner, suo genero, sui colloqui indiretti con l'Iran svoltisi il giorno prima.
Secondo: sul tavolo non c’è l'ipotesi di un’operazione chirurgica e limitata. Ma di un attacco su vasta scala, destinato a durare. Come anticipato dal sito Axios, l'operazione militare in Iran “sarebbe probabilmente una campagna di vasta portata, della durata di settimane, che assomiglierebbe più a una guerra vera e propria rispetto all'operazione mirata del mese scorso in Venezuela”.
Lo conferma il massiccio dispiegamento di forze militari. Washington ha attualmente 13 navi da guerra in Medio Oriente: una portaerei, la USS Abraham Lincoln, nove cacciatorpediniere e tre navi da combattimento litoranee, con altre in arrivo. La USS Gerald R. Ford, la più grande portaerei del mondo, si trova attualmente nell'Oceano Atlantico, in rotta dai Caraibi verso il Medio Oriente, dopo aver ricevuto l'ordine di approdo da Trump all'inizio di questo mese. È accompagnata da tre cacciatorpediniere: secondo il New York Times, proteggerà Tel Aviv e le altre città del Paese da una eventuale risposta dell'Iran. È raro che ci siano due portaerei statunitensi, che trasportano decine di aerei da guerra e hanno un equipaggio di migliaia di marinai, in Medio Oriente. Gli Stati Uniti hanno anche inviato nell'area una grande flotta di aerei, secondo i resoconti di intelligence open source su X e il sito web di tracciamento dei voli Flightradar24. Tra questi, i caccia stealth F-22 Raptor, gli aerei da guerra F-15 e F-16 e gli aerei da rifornimento in volo KC-135, necessari per il loro funzionamento. Ieri Flightradar24 ha mostrato diversi KC-135 in volo vicino o in Medio Oriente, così come aerei da controllo e allerta E3 Sentry e aerei cargo operativi nella regione.
Nei giorni scorsi, Teheran ha chiuso temporaneamente alcune parti dello Stretto di Hormuz, la stretta imboccatura del Golfo Persico, attraverso la quale passa il 20% del petrolio mondiale. Come ha scritto l'Ap, si è trattato "di una chiusura rara, forse senza precedenti, dello stretto, un segnale da parte dell'Iran delle potenziali ricadute sull'economia mondiale se gli Stati Uniti dovessero minacciare di attaccarlo". È la rotta delle superpetroliere che trasportano petrolio e gas da Arabia Saudita, Kuwait, Iraq, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Iran. La stragrande maggioranza di questo petrolio è destinata ai mercati asiatici, incluso l'unico cliente petrolifero rimasto dell'Iran, la Cina.
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