Trump farà la fine di Johnson e George W. Bush? In America torna l'incubo dei soldati uccisi
L'immagine delle bare dei militari Usa uccisi durante la missione in Iran fa tornare alla mente il Vietnam e l'Iraq, scenari di guerra in cui i presidenti persero rapidamente popolarità a causa delle vittime registrate sul campo. Questo fatto inevitabilmente peserà sui calcoli della Casa Bianca nelle prossime settimane

«Gli Stati Uniti non hanno intenzione di restare a lungo in Iran, dove hanno raggiunto la maggior parte degli obiettivi che si erano prefissati e dove le operazioni stanno avanzando rapidamente». Parola del redivivo JD Vance, che si affianca a quelle del segretario di Stato Marco Rubio, il quale assicura: «La guerra in Iran si chiuderà nell'arco di settimane, non mesi. Gli Stati Uniti sono in grado di raggiungere i loro obiettivi senza bisogno di mandare soldati sul terreno: anche l'invio di due contingenti di Marines e di truppe aviotrasportate nella regione (cinquemila uomini in tutto, ndr) serve a dare al presidente il ventaglio più ampio di opzioni e di opportunità ».
E mentre gli sciiti Houthi, che controllano gran parte dello Yemen, entrano per la prima volta nel conflitto mediorientale dichiarando di avere «il dito sul grilletto» e di essere pronti a un «intervento militare diretto», un attacco a una base in Arabia Saudita ha provocato il ferimento di 15 soldati americani, di cui 5 gravi. Notizie che si riverberano cupe sull’altra costa dell’Atlantico. Perché nonostante l’ottimismo di Rubio e Vance, il primo mese di guerra parla di ventimila obiettivi colpiti, sessanta miliardi di dollari già spesi in soli trenta giorni e nessuna certezza sul futuro. Tranne una. Quella che insieme al suo già infragilito consenso – precipitato negli ultimi giorni al 40% mentre a dispetto delle rassicurazioni si fanno fosche le previsioni sulla durata della guerra in Iran - Donald Trump si trova ora ad affrontare il più insidioso avversario di ogni presidenza americana: il “body-bag effect”, ovvero il momento in cui i morti sul campo cominciano a far ritorno a casa nei loro sacchi neri e l’opinione pubblica si accorge che i ragazzi americani stanno morendo nelle lontane guerre della Casa Bianca.
È accaduto in Vietnam, in Afghanistan, in Iraq e rischia di accadere di nuovo ora. E con il rimpatrio dei “sacchi neri” scatta inesorabile la fine del consenso popolare. Le statistiche ci soccorrono. Le immagini che nel 1969 la televisione diffondeva dal Vietnam mostrarono per la prima volta la crudezza della guerra e l’interminabile catasta di giovani marines e forze speciali caricati sugli elicotteri in attesa di essere rispediti a casa. E se all’inizio degli anni Sessanta l’intervento godeva di un consenso relativamente ampio, con il crescere delle perdite – il bilancio finale si attestò a 58mila morti – la fiducia nella Casa Bianca cominciò a crollare. Celeberrima la diagnosi di Walter Cronkite, all’epoca seguitissimo anchorman della CBS durante la vittoriosa offensiva vietcong del Tet: «Questa guerra», proclamò davanti a milioni di ascoltatori, «non può essere vinta». Una sentenza che fece dire al presidente Lyndon B. Johnson: «Se ho perso Cronkite, ho perso l’America». Johnson non si ricandidò alle elezioni. Ci vollero Richard Nixon e Henry Kissinger per chiudere quel conflitto nel quale era naufragata la superpotenza americana. La maledizione del body-bag effect si ripresentò nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 in Iraq. All’inizio dell’operazione Enduring Freedom lanciata da George W.Bush all’indomani dell’attacco di Alqaeda alle Torri Gemelle il consenso dell’opinione pubblica raggiungeva il 90% e così pure l’intervento in Iraq che abbatté il regime di Saddam Hussein si attestava al 73%. Ma dopo dieci anni di presenza in Afghanistan (e di continui rimpatri di vittime americane) l’approvazione popolare era precipitata al 17%, mentre il sostegno alla guerra in Iraq (per anni fu vietato fotografare le bare avvolte nella bandiera che tornavano nelle basi militari) era sceso al 41%. L’ipotesi di una avventura americana boots on the ground rischia di incrinare la compattezza dell’universo Maga, al quale a suo tempo Donald Trump aveva assicurato che non avrebbe mai trascinato l’America in guerre fuori dai propri confini. All’orizzonte ci sono le elezioni di medio termine a novembre. E nessuno ha mai prevalso al Congresso con lo sfondo delle body-bag in arrivo.
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