Senza turisti e senza energia, ecco perché Cuba vive una notte infinita

di Lucia Capuzzi, inviata a L'Avana (Cuba)
Viaggio all'Avana, sempre più deserta e triste. I colpi dell'embargo americano si fanno sentire, così come gli effetti del golpe anti-Maduro a Caracas. In mezzo le tante paure di chi è rimasto e continua a spostarsi in bicicletta
January 20, 2026
Senza turisti e senza energia, ecco perché Cuba vive una notte infinita
La carcassa di un'auto abbandonata nelle vie dell'Avana, capitale di Cuba
Il panorama notturno è davvero “impressionante”. Ma non nel senso che promette la presentazione sul sito. Vista dal 41esimo piano della nuovissima “Torre K” – a 155 metri d’altezza - l’Avana è appena un’intuizione. Strade, piazze, fortezze coloniali, palazzoni in stile sovietico e onnipresenti simboli della Rivoluzione sono laggiù. Il buio, però, impedisce di distinguerli. A rivelare la presenza del Malecón, distante appena un chilometro dall’hotel più alto, lussuoso e criticato dell’isola, è il tonfo intermittente delle onde che schiaffeggiano il frangiflutti. Il mar dei Caraibi è agitato – non solo metaforicamente – in questa settimana di fresco insolito ai Tropici. Avanzare verso il centro, per gli otto chilometri della passeggiata costiera più famosa delle Antille, diventa allora un atto di fede. Fede nel fatto che, all’improvviso, dalla finestra di un edificio, dall’insegna di un bar, dai fari di una moto, una piccola luce squarcerà le tenebre del quotidiano blackout o “apagón”, come lo chiamano popolarmente. Trasformando le ombre in frammenti di città. «Ogni passo è una scommessa. È così che si vive a “Apagonlandia”», scherza, ma non troppo, António.
La pungente ironia cubana ha soprannominato in questo modo la capitale al tempo del “grande vuoto”. Vuoto di musica, di traffico, di risorse, di persone – partite a milioni per sfuggire alla penuria – di prospettive. La carenza di energia si traduce in una carenza di energie collettive che paralizza il Paese. Fisicamente: appena duecento dei mille bus della capitale sono ancora in circolazione per la mancanza di benzina e la gente deve accorciare gli spostamenti a portata di bici. Ma anche psicologicamente.  «Che faccio accendo la luce? Sì, magari. È andata via stamattina. E chissà quando tornerà. Ieri dopo otto ore», dice Mayely prima accende la candela sui tavoli del bar del quartiere El Vedado dove un cartello precisa: «Niente caffè, è finito il gasolio per il generatore». «Siamo in questa situazione da oltre un anno. Ma ora…. Poi con Donald Trump che si è portato a New York Nicolás Maduro e ci ha tolto il petrolio venezuelano…», aggiunge Natacha, mentre mostra una busta di plastica con il contenuto della cena: due uova, un casco di banane e un mango. «Con l’elettricità che va e viene, conservare gli alimenti è impossibile. Compriamo giorno per giorno. Il problema non è trovarli. È pagarli…».
Il “cibo rivoluzionario” – per quanto non abbondante e di qualità modesta – non è un’opzione ad Apagonlandia. La “libreta” – la tessera con cui ogni famiglia richiedeva la rispettiva razione a prezzi irrisori nel negozio di Stato o “bodega” – esiste ancora. Ma, uno dopo l’altro - carne, frutta, uova, perfino l’olio -, gli alimenti base sono scomparsi dai pacchi distribuiti. Le stesse “bodegas” sono introvabili. Chiuse a tempo indeterminato. O soppiantate dai mini-market dove i prezzi sono in “pesos”, la moneta nazionale, ma i valori dipendono dal dollaro. In alcuni si paga direttamente con il biglietto verde. Almeno la minoranza che ce l’ha.  La dollarizzazione – diretta e indiretta –, nella nazione che, fino a poco più di tre decenni fa, incarcerava i detentori di “moneta straniera”, è l’effetto più vistoso del «riordino dell’economia nazionale» avviato dal governo socialista di Miguel Díaz-Canel dal 2021.
Cominciato con l’unificazione, prima, nel “peso liberamente convertibile”, delle varie valute circolanti. E proseguito, un anno fa, con l’autorizzazione esplicita alle transazioni in dollari. Nel mezzo, sono nate le “mipyme”: micro, piccole e medie imprese, l’evoluzione dei “lavoratori autonomi” o “cuentapropistas” grazie ai quali, negli anni Novanta, l’isola è riuscita a restare a galla nonostante il crollo dell’Urss. Dopo una serie di restrizioni di Fidel Castro e aperture del fratello ed erede Raúl, ora il successore di quest’ultimo le ha formalizzate – con tanto di autorizzazione a importare direttamente dall’estero – per sopravvivere al tracollo del turismo, provocato dal Covid e dalle restrizioni con cui la prima Amministrazione Trump ha cancellato il disgelo di Barack Obama. Misure di fatto lasciate in vigore – per miopia o semplice disinteresse – dal democratico Joe Biden. E ora acuite all’ennesima potenza in omaggio alla “dottrina Donroe” del tycoon. Il “riordino”, però, al contrario dei piani delle autorità post-castriste, ha causato ancora più disordine. Nel giro di cinque anni, le “mipyme” sono diventate più di 11mila, in gran parte create con capitale dei cubano-statunitensi attraverso prestanome locali, che hanno schiacciato i vecchi “cuentapropistas”. L’isola si è riempita di prodotti prima introvabili ma inaccessibili ai più. I turisti non tornano: l’anno scorso sono stati 1,9 milioni, la cifra più bassa in due decenni, ad eccezione del blocco pandemico. L’artefice della riforma, l’ex ministro dell’Economia, Alejandro Gill, è in cella con una condanna all’ergastolo per «spionaggio» e, non precisato, «pregiudizio alle finanze nazionali».
A questo si è sommata la penuria di energia, per la progressiva riduzione delle forniture di petrolio da Caracas con l’acuirsi dell’emergenza interna. Con la produzione locale in panne date le infrastrutture vetuste, il Paese ormai dipende dalle tonnellate di greggio – 80mila l’ultima tranche, la settimana scorsa – del Messico e dagli investimenti cinesi in pannelli solari che, entro quest’anno, dovrebbero generare un terzo del fabbisogno. «Policrisi», la chiamano gli esperti. «Invece di affrontarla, lo Stato va avanti con il “capitalismo dei compagni” – sottolinea con amarezza Alexander Hall, ricercatore dell’Istituto cubano di antropologia -: un sistema nella pratica neoliberale che concentra la ricchezza nelle mani di alcuni “fedelissimi”». Gaesa, innanzitutto, il consorzio in mano ai militari per cui passa oltre il 60 per cento del business, a partire dai settori più dinamici: infrastrutture, porti e, soprattutto, il turismo. Questo spiega l’ostinazione del governo a investire in alberghi e simili il quadruplo della somma di quanto destinato a agricoltura, educazione e sanità, i pilastri della Cuba rivoluzionaria. La metafora tangibile è il faraonico Iberostar selection o Torre K, inaugurato un anno fa e costato allo Stato oltre 200 milioni, con le sue seicento camere in buona parte sfitte e un bar all’ultimo piano affacciato su un’Avana ingoiata dal buio. Apagonlandia. «Hanno perfino dovuto inventarsi una strada per garantire l’accesso: la calle K», sottolinea Alexander Hall, esponente di Cuba Próxima, centro studi per la trasformazione democratica della nazione.
Un processo portato avanti mediante il dibattito, la sensibilizzazione, il lavoro sociale. «Non i colpi di mano esterni alla Trump», aggiunge il giovane, che ha partecipato al ciclo di manifestazioni di massa cominciate l’11 luglio 2021 e represse con una sfilza di condanne “esemplari” ai protagonisti: sull’esperienza ha scritto “Cuba 11J: Perspectivas contrahegemónicas de las protestas sociales” (Prospettive controegemoniche delle proteste sociali). Non lontano dalla Torre K sventola la bandiera a stelle e strisce dell’ambasciata statunitense, mai così minacciosa. Alle ultime provocazioni di Washington, il governo ha risposto con i consueti bagni di folla sulla “tribuna anti-imperialista”, appena di fronte. Stavolta, però, come non accadeva da anni, c’erano non solo dipendenti pubblici, portati dal Partito. Anche Apagonlandia ha un guizzo nazionalista. Un pallido ricordo, comunque, degli assembramenti per celebrare la riapertura della rappresentanza durante l’era Obama-Raúl Castro e la sfilata di star – dai Rolling Stones a Karl Lagarfeld – che facevano tappa all’Avana. «È stato dieci anni fa e sembra passato un secolo – conclude Javier –. Non lo dimenticherò mai: c’era un’effervescenza nell’aria… A volte mi dico: eravamo felici e non lo sapevamo».

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