Riccardi: «La diplomazia è in crisi perché oggi si ha paura di fare dei compromessi»

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio: «Respiriamo polarizzazione in ogni ambito. Nel mondo globale l’apertura è solo al mercato. Capire le crisi lontane ci rende partecipi»
March 23, 2026
Andrea Riccardi
Andrea Riccardi
«Apriamo un giornale o scorriamo le notizie, e troviamo bombardamenti, distruzioni, morti. A chi non vive in Paesi in guerra, sembra di occuparsi già molto di questi temi. Non è così. Il nostro sguardo è selettivo, intermittente, fragile». Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, osserva i conflitti e il modo di raccontarli.
Lei parla di «sguardo selettivo». Perché?
Ci sono conflitti che occupano le prime pagine per settimane, poi scompaiono. Pensiamo a Gaza: ci ha addolorato, interrogato, sconvolto. Eppure, delle centinaia di migliaia di sfollati ancora sotto le tende, chi parla più? La verità non è che ci occupiamo troppo di guerre: è il contrario. Perciò è un bene che ci sia chi s’impegna a farci conoscere tanti drammi sommersi.
In che misura la «cultura del conflitto» è diventata un ostacolo alla diplomazia?
Respiriamo polarizzazione in ogni ambito. Siamo dentro un’età della violenza che registra il fallimento di quello che nel 1989, con la caduta del Muro, sembrava il sogno di un mondo globale aperto: pace, democrazia. Poi quest’apertura si è limitata al mercato. Non si sono sviluppate assieme altre globalizzazioni, necessarie per equilibrare quella economica: culturale, spirituale politica (nel senso delle strutture di un mondo più unito). Solo economia, il che significa un potere tecno-finanziario. Bisogna uscire dalla cultura del conflitto e riprendere il dialogo, l’unico orizzonte realistico. Nei secoli, specie nella seconda metà del Novecento, avevamo affinato strumenti preziosi: il dialogo bilaterale e multilaterale, la cultura del compromesso. Non dobbiamo avere paura di questa parola. Bisogna temere, piuttosto, le guerre che si protraggono e distruggono vite umane. E la crisi della diplomazia è parte della più ampia crisi del dialogo.
E gli organismi internazionali?
Davanti all’obiezione «non possiamo occuparci di tutto», io domando: perché abbiamo quasi abolito o svuotato le sedi internazionali? L’Onu, spesso ridotta a cenerentola della politica mondiale, resta invece il segno di un destino globale condiviso. Lo stesso per la giustizia internazionale. Gli strumenti per non dimenticare i conflitti esistono: bisogna volerli usare.
Cosa spinge verso l’oblio?
Molti scenari non li comprendiamo: sono intricati. Il mondo globale è complesso, mutevole, segnato dalla volatilità degli interessi e delle prese di posizione dei signori della guerra. Se vogliamo essere cittadini del mondo e non cadere in una forma di “astensionismo”, che non riguarda solo il voto, ma anche l’interessamento alla realtà, serve più cultura politica e più cultura geopolitica. È un salto culturale necessario. Cercare di comprendere crisi lontane da noi, ci lega ad esse, ce ne rende partecipi. Per noi cristiani anche la preghiera per i Paesi in guerra è una forma di partecipazione: «Credo alla forza storica della preghiera», diceva La Pira. Papa Francesco, a Lampedusa, la chiamò «globalizzazione dell’indifferenza». Un rischio reale in un mondo tanto grande. Bisogna ribaltare la prospettiva: i conflitti non riguardano solo i Paesi coinvolti. La guerra produce conseguenze profonde anche da noi.
Quali?
Innanzitutto culturali: abbiamo smarrito l’ideale della pace e ci siamo abituati a una cultura del conflitto che si riversa nella vita quotidiana, nel linguaggio pubblico, nei comportamenti, nella politica, nella comunicazione. Poi ci sono ricadute concrete: l’energia, il prezzo del petrolio, il costo della vita. Basta guardare agli effetti del blocco dello stretto di Hormuz o della guerra in Ucraina.
Anche le fedi sono tornate a essere strumentalizzate per farne un propellente bellico?
Sì, è una manipolazione. Come quando si vorrebbe far credere a una guerra di tutto l’islam all’Occidente cristiano. La guerra ha motivi suoi specifici, spesso la religione è l’ideologia di copertura. Per questo serve tornare allo spirito di Assisi voluto da Giovanni Paolo II e portato avanti in tanti incontri di pace: dissociare le religioni dalla guerra, rifiutare l’idea di “guerra santa” o “benedetta”, far emergere il legame tra coscienza religiosa e pace.
Che posto può avere la “pace disarmata e disarmante” invocata da papa Leone XIV?
Il Papa e la Santa Sede restano oggi una delle poche istanze capaci di una visione unitaria del destino del mondo. Sul tema della pace la Chiesa continua a rappresentare un punto di riferimento decisivo: richiama alla compassione per le vittime, alla condanna della guerra, alla necessità del dialogo. In un tempo in cui molti riferimenti internazionali si sono indeboliti, questa voce ricorda che la pace non è un’utopia ingenua, ma una necessità storica.

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