Perché gli Usa stanno tirando la volata a Orbán, che rischia di perdere l'Ungheria
La trasferta del vicepresidente americano JD Vance a Budapest dimostra che la partita magiara per la Casa Bianca è strategica, in una fase complicata. Le accuse a Bruxelles e a Zelensky in nome di una presunta ingerenza straniera sul voto di domenica possono però essere un boomerang. Intanto il rivale del premier, Magyar, è dato in testa nei sondaggi

Il vicepresidente americano JD Vance arriva in ritardo nella roccaforte sovranista del Mathias Corvinus Collegium di Budapest, dopo una notte trascorsa a occuparsi della tregua con l’Iran. Ma non meno importante è, per la Casa Bianca, sostenere il fedele alleato Viktor Orbán nella corsa disperata verso il quinto mandato consecutivo, ogni giorno più lontano, stando ai sondaggi sulle elezioni ungheresi. Il vice di Donald Trump è nella capitale ungherese per il secondo giorno: l’obiettivo dichiarato è tirare la volata a Orbán. Nel mirino di Vance e del premier di Budapest finiscono, dopo il primo duro attacco sferrato martedì, ancora una volta l’Unione Europea e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Davanti alla platea di studenti che lo ascolta, il vicepresidente americano accusa Bruxelles di ingerenze nel voto di domenica prossima, che potrebbe segnare la fine dell’era Orbán e l’inizio di una nuova fase politica per l’Unione, “ostaggio” da più di un decennio dei veti posti dal governo magiaro. «Mi è stato riferito che il fatto che il vicepresidente degli Stati Uniti sia venuto a dire che Viktor Orbán sta facendo un buon lavoro ed è uno statista utile alla causa della pace rappresenta un’influenza straniera», scandisce Vance dal palco. «Ma non è influenza straniera quando l’Unione Europea minaccia di trattenere miliardi di euro destinati all’Ungheria perché voi proteggete i vostri confini?». Il vice di Trump ne ha anche per Zelensky, l’altro bersaglio della propaganda di Fidesz, il partito sovranista del premier di Budapest.
«Non è influenza straniera – dice − quando gli ucraini chiudono gli oleodotti, causando sofferenze al popolo ungherese nel tentativo di influenzare un’elezione?». Il riferimento è all’oleodotto Druzhba, danneggiato nella parte che attraversa l’Ucraina da un attacco russo. Ma, per Orbán, è solo colpa del governo ucraino se l’infrastruttura non garantisce più la fornitura di petrolio al proprio Paese, perché Zelensky ne ritarderebbe la riparazione per condizionare il voto di domenica. Con gli stessi argomenti, il leader sovranista di Budapest ha bloccato 90 miliardi di aiuti Ue a Kiev, fondamentali per fronteggiare l’esercito di Vladimir Putin e garantire i servizi essenziali al proprio popolo. Sulla stessa linea anti-Ue e anti-Ucraina di Orbán si colloca Vance, che arringa gli studenti ungheresi, invitandoli a «respingere i tentativi di ingerenza straniera» messi in atto dai «burocrati di Bruxelles» e bollando come «assolutamente scandalose» le minacce rivolte da Zelensky al premier magiaro in piena campagna elettorale, quando il presidente ucraino parlò di fornire l’indirizzo di casa di Orbán alle proprie forze armate.
A una manciata di giorni dal voto, però, il partito Tisza – guidato dall’ex Fidesz Péter Magyar – è dato saldamente in testa dai sondaggi. Uno degli ultimi, diffuso ieri, suggerisce che Tisza potrebbe raggiungere la maggioranza di due terzi dei seggi in Parlamento, che gli consentirebbe di modificare la Costituzione e le leggi necessarie a sbloccare i fondi Ue fermi a Bruxelles per le contestazioni all’Ungheria sul mancato rispetto dello stato di diritto. Quest’ultimo sarebbe lo scenario peggiore in assoluto, per Orbán e i suoi alleati al di fuori dell’Unione.
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