Per l'Ucraina una forza di interposizione Ue-Usa: cosa hanno deciso i Volenterosi

di Daniele Zappalà, Parigi e Gianluca Carini, Roma
A Parigi si è stabilito che se cesserà il fuoco fra Kiev e Mosca la Coalizione degli europei è pronta a dispiegare una forza militare di sicurezza sotto la guida degli americani. Meloni: no a truppe italiane
January 6, 2026
Per l'Ucraina una forza di interposizione Ue-Usa: cosa hanno deciso i Volenterosi
I leader dei Paesi che compongono la coalizione dei Volenterosi a sostegno dell’Ucraina dopo il vertice di Parigi / ANSA
Un nuovo testo multilaterale di promesse sul destino dell’Ucraina, pur sotto una cappa d’incertezze penetrate fin dentro le maglie della Nato. A Parigi, l’ultima riunione della coalizione dei Volenterosi è parsa oggi pure il banco di prova di una specie di “exit game” planetario. La missione? Uscire dal labirinto gelido in cui la comunità internazionale, anche dopo le ultime “gesta” della Casa Bianca, teme di smarrire la capacità di risolvere le crisi con il diritto e la diplomazia. Di stampo atlantico, nonostante tutto, l’esito centrale della riunione, raggiunto sulle garanzie politico-militari per Kiev dopo un’eventuale tregua con Mosca: «I partner della coalizione e gli Stati Uniti svolgeranno un ruolo fondamentale, in stretto coordinamento, nel fornire queste garanzie di sicurezza».
Per i dirigenti dei 35 Paesi riuniti dalla Francia, fra cui la premier Giorgia Meloni e altri 27 capi di Stato e governo, in una Ville Lumière presa in una morsa di ghiaccio, impossibile dimenticare i freschi colpi di scena in Venezuela e le ultime dichiarazioni della Casa Bianca sulla Groenlandia, dato l’evidente intrecciarsi di queste turbolenze e insidie con i nodi drammatici attorno al fronte russo-ucraino. Per gli Stati Uniti, al posto del segretario di Stato Marco Rubio, c’erano gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, giunti per promettere che ci sarà un «monitoraggio» americano sulla futura tregua, a supporto dell’azione di stabilizzazione garantita direttamente dalla forza multinazionale dei Volenterosi che Londra e Parigi intendono guidare. Anzi, secondo il testo finale, c’è esplicitamente un «impegno americano a sostenere tale forza in caso di attacco» russo.
Da parte loro, i Volenterosi si daranno per mandato pure la «rigenerazione delle forze armate ucraine». Ma l’obiettivo principale sarà fornire «misure di rassicurazione in aria, in mare, sulla terraferma». Riguardo alla leadership della forza, è stato chiarito nero su bianco che «questi elementi saranno guidati dall’Europa», nonostante la coalizione conti pure Paesi d’altri continenti, come Canada, Giappone, Australia. Nel complesso, i Volenterosi si dicono decisi ad offrire «garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti» di salvaguardia dell’Ucraina.
La marcia in più giungerà comunque dall’altra sponda dell’Atlantico, grazie a «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, guidato dagli Stati Uniti con la partecipazione internazionale». Ciò implicherà «l’uso di capacità militari, supporto d’intelligence e logistico, iniziative diplomatiche e l’adozione di ulteriori sanzioni». In virtù di ciò, Parigi ha potuto affermare che sono stati compiuti «progressi decisivi», all’insegna di una «convergenza operativa» di un asse che da Washington giunge a Kiev, passando per l’Unione Europea pronta a ritagliarsi un ruolo di perno e anche di ponte diplomatico. Quella siglata oggi è solo una dichiarazione d’intenti. Proiettata, beninteso, verso lo scenario ancora ipotetico di una tregua sul fronte russo-ucraino. Ma ben al di là della Ville Lumière, era il segnale minimo atteso da ogni promotore del diritto internazionale, sullo sfondo delle crepe che per altri versi rischiano di allargarsi pure all’interno del campo occidentale.
Fin dal pranzo, che ha riunito il presidente francese Emmanuel Macron, il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky e gli emissari americani, si è discusso pure il nodo centrale delle concessioni territoriali ucraine reclamate da Mosca. La proposta americana di pace può contare pure sul forte sostegno di Ankara, rappresentata a Parigi dal capo della diplomazia Hakan Fidan, pronto a sottolineare fin dal mattino che «la Turchia è l’unico Paese che ha mantenuto un canale di dialogo con entrambe le parti e sostiene mediazioni di pace, inclusa quella del presidente americano Donald Trump». Un ruolo chiave turco riconosciuto alla fine pure dal padrone di casa Macron.
Nella conferenza stampa conclusiva, nessun sorriso aperto, ma qualche sprazzo di speranza. Sono state posate le fondamenta di una futura «pace giusta, duratura e solida», ha sostenuto Macron, annunciando pure la creazione di una «cellula di coordinamento» di tutti gli attori coinvolti. Di «riunione molto costruttiva» ha parlato pure il premier britannico Keir Starmer, per il quale «il lavoro non è stato mai a un punto tanto avanzato». Zelensky, terzo firmatario della dichiarazione, ha sottolineato di apprezzare «molto il sostegno degli Stati Uniti». Sui nodi immediati, il presidente ucraino ha pure sottolineato di aver affrontato apertamente la questione del rafforzamento della difesa antiaerea di Kiev. Da parte sua, Witkoff ha assicurato: «Il presidente Trump non rinnega mai i suoi i impegni, è coinvolto nel sostegno agli ucraini e li aiuteremo a raggiungere una pace definitiva». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha invece evocato la «possibilità di truppe tedesche in un Paese Nato vicino all’Ucraina». Ma nel complesso, i dettagli logistici delle future operazioni restano sotto segreto militare. (Daniele Zappalà, Parigi)
Meloni corregge il tiro. Ma  no a truppe
Pieno sostegno a Kiev, ma ancora e sempre senza l’invio di militari italiani sul terreno. La premier Giorgia Meloni tiene il punto all’incontro dei Volenterosi di Parigi, al termine del quale si fa strada il progetto di “forza multinazionale” a difesa dell’Ucraina, spinto soprattutto da Francia e Regno Unito. Ma nel frattempo appoggia le ragioni della Groenlandia, oggetto dei piani statunitensi.
Partiamo dall’Ucraina: il vertice in terra francese era «dedicato all’affinamento delle garanzie di sicurezza ispirate all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica», spiega PalazzoChigi in una nota. Il riferimento è all’ormai nota parte del trattato in cui si prevede che se uno Stato della Nato viene attaccato, gli altri lo difendono. Palazzo Chigi conferma «la necessità di mantenere alta la pressione collettiva sulla Russia». Ma agli altri leader Meloni ribadisce «l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».E in questo senso l’esecutivo accoglie con soddisfazione «la volontarietà della partecipazione» alla missione sovranazionale. Un domani, magari nella cornice Onu, si vedrà, sempre nel «rispetto delle procedure costituzionali». La premier arriva al vertice dei Volenterosi con un ritardo di un’ora – causa deviazione a Milano per incontrare i feriti di Crans-Montana – ma la sua presenza è già un segnale. In passato, infatti, aveva preferito non presentarsi: «Si parlava di invio di truppe e noi siamo contrari» disse ad esempio l’anno scorso per giustificare l’assenza a Tirana, provocando l’ira di Emmanuel Macron («la discussione era per un cessate il fuoco»).
Quello ucraino non è però l’unico dossier internazionale complicato. Ieri Meloni ha firmato una dichiarazione in difesa della Groenlandia, insieme ad altri sei leader europei (la Danimarca, parte interessata, poi Francia, Germania, Polonia, Spagna e Regno Unito). «La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere su questioni che li riguardano». Poche parole, in apparenza quasi tautologiche, precedute da un breve preambolo. Eppure molto diverse dalla nota di Palazzo Chigi dopo il blitz degli Usa per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro a Caracas («il Governo reputa che l'azione militare esterna non sia la strada da percorrere» ma «considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza» era stata la formula usata). Certo, si tratta di questioni parecchio diverse, che in comune hanno il coinvolgimento di Washington e poco altro. Nel caso della Groenlandia, peraltro, Trump finora si è limitato a dire che averla per gli Usa è una «questione di sicurezza nazionale». Motivazione deboluccia anche per i fan più accaniti del tycoon. Il caso venezuelano peraltro ieri è stato al centro di una conferenza del G7 a cui ha partecipato anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani («ho insistito sulla importanza della liberazione dei nostri connazionali detenuti» ha detto poi il titolare della Farnesina). Per tre faldoni ancora aperti, uno invece sembra destinato a chiudersi dopo oltre 25 anni di trattative: è il Mercosur, l’accordo di libero scambio tra Unione europea e i paesi sudamericani. L’intesa era stata stoppata nelle scorse settimane dall’inedito asse Roma-Parigi ma ora è pronta ad arrivare al traguardo, in coincidenza con una maxi-iniezione da 45 miliardi di euro di Bruxelles alla politica agricola a partire dal 2028. Proprio l’arrivo di prodotti alimentari dal Sud America era stato infatti uno degli spauracchi che avevano impedito la firma. Fondi non a caso accolti «con soddisfazione» da Palazzo Chigi. (Gianluca Carini, Roma)

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