lunedì 3 agosto 2020
Il 3 agosto del 2014 al-Bagdadi iniziava a massacrare la minoranza yazida in Iraq. Il premio Nobel: «Molti governi non vogliono processare chi ha compiuto questi crimini. E le prove sono schiaccianti»
La Nobel Nadia Murad: «Nell’impunità prosegue il nostro genocidio»
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Nadia Murad, premio Nobel per la Pace nel 2018, nel sesto anniversario del genocidio della minoranza religiosa yazida nel Sinjar (Iraq), che i miliziani di al-Baghdadi hanno schiavizzato e ucciso nel nome del fanatismo, parla di un genocidio ancora in corso: mancano all'appello oltre 2.000 rapiti e nessun governo processa chi ha compiuto quei crimini.


LE TAPPE

5 luglio 2014

Al-Baghdadi, che si è proclamato “califfo” dello Stato Islamico, si mostra in pubblico per la prima volta

3 agosto 2014
Il Daesh arriva da Mosul e Tal Afar nei villaggi della minoranza yazida nella piana di Ninive. Inizia la strage

13 novembre 2015
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Perché il mondo pensa che Daesh sia sconfitto, e non capisce le conseguenze del suo operato sulle minoranze come quella yazida?
Molte persone hanno visto il genocidio del mio popolo dai propri salotti. Guardavano con orrore e incredulità mentre la mia comunità era soggetta a violenze indicibili. E quando un conflitto o una tragedia scompare dalle notizie in prima pagina, si ritiene che non sia più un problema. Il genocidio è ancora in corso perché 200.000 yazidi sono ancora sfollati, migliaia di donne e bambini sono ancora dispersi o prigionieri e quelli che provano a ritornare a casa non trovano più nulla.

A che punto è il riconoscimento delle responsabilità di Daesh per i propri crimini?
Germania, Francia e Paesi Bassi stanno conducendo indagini sui crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi da combattenti stranieri contro gli yazidi, molti altri Paesi invece hanno rifiutato di ritenere responsabili i propri cittadini. Molti sopravvissuti credono che ci sarà giustizia solo quando i tribunali verranno istituti in Iraq. La probabilità che avvenga sembra minima, non sono stati ancora presi provvedimenti.

Lei in questo è in prima linea da sempre.
Con il mio avvocato, Amal Clooney, ho contribuito a creare la «Unitad», il team investigativo delle Nazioni Unite per stabilire la responsabilità per i crimini commessi da Daesh. Finora sono state scoperte 82 fosse comuni a Sinjar. Solo 14 di queste sono state scavate. Avere fosse comuni all’aperto è un ostacolo al ritorno degli yazidi sfollati. Se non vengono scavate tutte e i resti restituiti alle famiglie, questi non avranno pace.

Le prove degli orrori sono documentate?

Sono stati pubblicati manuali, organizzati mercati di schiavi e chat online per vendere e scambiare donne e ragazze yazide. Esistono prove pubbliche schiaccianti dei crimini commessi dall’Isis, ma finora il riconoscimento della loro responsabilità per questi crimini è stata davvero minima.

Ci sono molte donne rapite nascoste nel campo profughi di al Hol, in Siria: come possono essere salvate?
Nessun governo vuole assumersi la responsabilità di cercare e salvare le donne e i bambini ancora dispersi, specialmente quelli in Siria. Un mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu per avviare le ricerche sarebbe l’ideale ma rilevo che manca la volontà politica degli Stati membri.

Nelle ultime settimane alcune famiglie stanno tornando a Sinjar. Di cosa hanno bisogno?
Centinaia di famiglie stanno tornando per la paura della diffusione del Covid-19 nei campi profughi. E anche per il bisogno disperato di tornare a casa dopo sei anni da sfollati. Molti rientrano in aree che ancora oggi non dispongono di elettricità, acqua pulita, assistenza sanitaria, istruzione, sicurezza e opportunità per sopravvivere.

Anche la mancanza di sicurezza è un grande problema. Come sta operando la sua organizzazione?
“Nadia’s Initiative” lavora per la fornitura di servizi di base e il ripristino delle infrastrutture. Ci concentriamo anche su istruzione e assistenza sanitaria. Ma è responsabilità del governo iracheno consentire agli yazidi di tornare a casa.

Come ha trovato la forza di raccontare cosa è successo?
Sentivo di non avere scelta. La mia storia è stata la mia più grande arma nella lotta per inchiodare il Daesh alle proprie responsabilità e porre fine al genocidio contro il mio popolo. Così, tante persone che non sapevano nulla degli yazidi ora capiscono cosa abbiamo passato.

A che punto sono i suoi sogni?
Lavoro con la mia organizzazione per difendere i sopravvissuti della mia comunità al genocidio e sostenere la lotta alla violenza sessuale a livello globale. Non sono stata in grado di continuare i miei studi a causa di quello che è successo a Sinjar. Adesso il mio obiettivo è studiare e fare quel che non ho potuto fare sei anni fa.



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