martedì 9 luglio 2019
Dopo l’Europa, è il continente dove cresce con più vigore il fronte dei «no». Le ultime decisioni arrivano dal Benin, dalla Guinea Conakry e dal Burkina Faso
La fucilazione di un terrorista di al-Shabaab in Somalia (LaPresse)

La fucilazione di un terrorista di al-Shabaab in Somalia (LaPresse) - LaPresse

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L'Africa non uccide più. È il titolo di un libro, che sarà in libreria nella seconda metà di luglio, ma soprattutto una direzione politica – positiva – degli ultimi decenni. Il Continente sta dando un contributo notevole al percorso abolizionista e va configurandosi come il secondo, dopo l’Europa, sulla strada della cancellazione della pena capitale.

Nel 1989, quando Amnesty International cominciò a censire la situazione globale, registrò l’ex colonia portoghese del Capo Verde come l’unico Paese africano ad aver abolito formalmente la pena di morte. Trent’anni dopo, tra Paesi abolizionisti de jure e de facto arriviamo a contarne oltre quaranta. È più facile elencare la minoranza che mantiene l’assassinio di Stato: Botswana, Ciad, Egitto, Gambia, Sudan, Guinea Equatoriale, Libia, Nigeria, Somalia, Sudan del Sud. Le ultime abolizioni arrivano dal Benin (2016), dalla Guinea Conakry (2017) e dal Burkina Faso (2018). Spiega Antonio Salvati, l’autore de “L’Africa non uccide” (Infinito Edizioni): «Il libro vuole essere una mappa completa, in cui è tracciato questo cammino per la vita, Paese per Paese». Salvati, che fa parte della Comunità di Sant’Egidio, ha seguito la lotta per abolire l’omicidio di Stato in prima persona: «L’Africa è decisiva in questa battaglia di civiltà e di umanità per i contenuti dell’umanesimo espressi lungo tutta la sua storia, così importanti per la cultura mondiale». La società civile ha giocato un ruolo importante nella lotta contro l’omicidio legalizzato, come per gli annuali Incontri Internazionale dei ministri della Giustizia, organizzati a Roma da Sant’Egidio.

Nell’ultimo, lo scorso 28 novembre, il ministro Flavien Mbata ha annunciato che il Centrafrica è intenzionato ad abolire la pena di morte, consegnando un apposito progetto di legge. Le notizie peggiori, invece, arrivano dall’Egitto e da N’Djamena. Il 31 luglio 2015, il Parlamento ciadiano ha approvato all’unanimità un disegno di legge anti-terrorismo, che reintroduce la condanna capitale, soppressa appena sei mesi prima, in seguito agli attentati del gruppo islamista di Boko Haram.

L’Egitto del presidente Abdel Fattah al-Sisi è da record: oltre 2.400 condanne a morte e almeno 144 «omicidi legalizzati» dall’estate 2013. Le esecuzioni sono aumentate da 35 nel 2017 a 43 nel 2018, mentre il numero di condanne a morte registrato è salito a 717. Da quando i militari hanno preso il potere, le corti egiziane hanno spesso condannato a morte per reati connessi a episodi di violenza politica, dopo processi iniqui a volte basati su «confessioni» estorte sotto tortura.

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