Economia, religione, lingua: come la Cina sta spingendo il Tibet nell'oblio
di Luca Miele
Il Dragone sta attuando da anni una strategia precisa per imporre il suo controllo sulla regione (autonoma dal 1950). Tra “sinizzazione” e “collegi coercitivi”

È lentamente, ma inesorabilmente, scivolata ai margini dell’attenzione internazionale. Fino a essere avvolta da una sorta di inscalfibile silenzio. La questione tibetana è evaporata. Come sta succedendo sul “Tetto del mondo”, dal 1950 divenuto formalmente una regione autonoma cinese, di fatto un “tassello” del gigante asiatico? Cosa si cela dietro il sipario che sta velando la questione tibetana? Non si tratta di una sparizione casuale. Ma di una dissolvenza legata a un disegno politico, di lungo respiro, coltivato con perseveranza da Pechino. Ne è convinto Gerald Roche, docente di Linguistica all’Università La Trobe, a Melbourne, in Australia. Roche ha studiato a lungo sul campo la lingua tibetana, condensando la sua esperienza e le sue analisi nel libro The Politics of Language Oppression in Tibet. «Uno dei motivi per cui la questione tibetana è scomparsa dall'attenzione dell’opinione pubblica - spiega l’antropologo ad Avvenire - è che il governo cinese è riuscito a promuovere la propria prospettiva presso un pubblico eterogeneo. E lo ha fatto in tutto il mondo. I tentativi di sollevare la questione tibetana sui social media e su altri forum pubblici tendono oggi a incontrare un misto di indifferenza e negazionismo». Sulle istanze e sulle rivendicazioni del Tibet, Pechino ha imposto una cappa di silenzio. E di censura. Un filtro che, di fatto, impedisce e limita la circolazione di notizie sulla regione autonoma. «È esattamente così - continua Roche -. Sono stato inserito nella lista nera della Cina, quindi è molto difficile per me dirlo con precisione o sicurezza. Questo è un secondo motivo per cui la questione tibetana non riceve più il sostegno popolare. Il governo cinese è riuscito a prendere il controllo delle informazioni alle quali il mondo attinge per sapere cosa accade in Tibet».
La strategia di Pechino, negli anni, si è addensata attorno a tre principi cardini progressivi: l'integrazione economica forzata, la negazione dell'autodeterminazione, con un controllo capillare delle istanze religiose autonome, e l'assimilazione linguistica. Avendo raggiunti i primi due, Pechino può focalizzarsi sul terzo obiettivo, arrivando a mortificare la pluralità della cultura, della religione e della società tibetana. Un patrimonio di una ricchezza inestimabile che rischia di essere così “normalizzato”. Secondo il Journal of democracy, «Pechino sta tentando di alterare radicalmente la percezione pubblica globale del Tibet, e lo sta facendo adottando una strategia ben definita di imperialismo linguistico». Il modo più rapido per garantire l'armonia - uno dei dogmi al quale è ancorata la politica cinese - «è sradicare le differenze, sinizzare». L’imbuto attraverso cui passa l’assimilazione è linguistico, perché è nella lingua che transita, si solidifica e respira il patrimonio identitario e culturale di un Paese. La politica governativa cinese obbliga tutti i tibetani a imparare e a utilizzare il cinese mandarino, sin dalla scuola materna, in nome dell’affermazione di una «lingua nazionale comune», anche se (a parole) si è cercato di «garantire l'apprendimento e l'uso delle lingue minoritarie in base alle reali esigenze».
Chi parla solo tibetano viene di fatto ostracizzato, incontrando barriere insormontabili nella ricerca, ad esempio, di un lavoro. Il risultato è una lenta disgregazione della ricchezza culturale tibetana. Circa il 4% dei tibetani (250.000 persone) parla una lingua minoritaria, mentre sono almeno 60 i dialetti che si “affollano” nella regione autonoma. Lingue, che non più parlate o tramandate, rischiano di scomparire. Uno dei gangli della assimilazione forzata passa attraverso l’educazione. In ossequio a un principio più volte tematizzato dal presidente cinese Xi Jinping, per il quale i bambini devono «studiare a scuola, vivere a scuola, crescere a scuola». «Forgiare l'anima»: è uno degli slogan più ripetuti da Xi, fermamente convinto che il Partito comunista cinese debba, appunto, “stilizzare” l'anima dei giovani. L’obiettivo finale? Per il think tank britannico Council on Geostrategy, sotto la maschera della “armonizzazione culturale” si cela «l'intenzione di sostituire la cultura etnica con una cultura nazionale unificata cinese».
Come avviene, in concreto, questa opera di omogeneizzazione dal basso? Secondo un report del Tibet Action Institute, un'organizzazione fondata nel 2009 che associa azione non violenta a strumenti di comunicazione digitale per sostenere il movimento tibetano, Pechino ha impiantato un sistema capillare di “collegi residenziali coercitivi”. Almeno 800-900.000 bambini tibetani, di età compresa tra i 6 e 18 anni, vivono nei convitti gestiti dalle autorità cinesi. Si tratta di un sistema alternativo, se non oppositivo, alle famiglie. «I bambini tibetani crescono in gran parte sotto l'influenza del governo cinese piuttosto che delle loro famiglie. I genitori raramente hanno la possibilità di scegliere se mandare i propri figli nei collegi statali o tenerli a casa. Agli studenti è vietato frequentare lezioni di lingua tibetana durante le vacanze scolastiche, ai genitori di coinvolgere i propri figli in attività religiose», si legge nel rapporto. E ancora: «Le scuole stanno frammentando le famiglie tibetane, l'identità tibetana e il tessuto stesso della società tibetana. Oggi, la vita dei bambini tibetani viene irrevocabilmente alterata per servire gli scopi del governo cinese. Il sistema dei collegi coloniali viola palesemente il diritto nazionale e internazionale». Il sistema dei convitti fa parte di una strategia coloniale «per alterare le menti e riorientare la lealtà dei tibetani come popolo, al fine di eliminare le basi dell'identità di gruppo tibetana e il potenziale di azione collettiva».
Cosa resta in questa opera di demolizione? La cultura tibetana rischia davvero di venire schiacciata sotto il peso cinese? Assisteremo alla sua progressiva, irreversibile, tragica sparizione? Per Roche «i tibetani non hanno una sola lingua, ne parlano decine. Le lingue minori sono attualmente in fase di sradicamento a causa della deliberata politica governativa, ma una qualche forma di lingua standard, basata sulla forma scritta del tibetano, continuerà a esistere per molto tempo. Nel complesso, il governo cinese non vuole distruggere l'identità e la cultura tibetane, vuole controllarle. Punta ad avere qualcosa da esibire agli occhi del mondo per dimostrare quanto sia benevolo: un guscio vuoto, ormai privato di ogni autenticità, da mettere in mostra».
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