CAVIE UMANE. New Delhi ammette: oltre 2.600 vittime dei test sui farmaci


Stefano Vecchia giovedì 9 maggio 2013
Il governo indiano è stato costretto a fornire i dati: sperimentazione in sette anni su 57.303 cittadini. Il ministro per la Sanità, Keshav Desiraju, ha risposto in un rapporto alle critiche della Corte suprema Sotto esame l’azione delle multinazionali che operano nel Paese, ma anche delle potenti aziende locali. (Stefano Vecchia)
Il governo indiano alla fine ha dovuto ammettere. Ha dovuto rivelare i numeri, le statistiche sugli effetti negativi dei farmaci sui suoi “cittadini-cavia”. E ha puntato il dito ancora una volta contro le case farmaceutiche straniere, ma lo scandalo coinvolge anche la sua potente industria del farmaco, ormai tra le maggiori al mondo. La nota con cui a fine aprile, l’esecutivo di New Delhi ha comunicato ufficialmente alla Corte suprema che «fino a 2.644 persone» potrebbero essere state vittime di sperimentazione clinica di nuovi farmaci negli ultimi sette anni, solleva nuovamente una questione sentita e drammatica che proprio in questi tempi si intreccia con le controverse iniziative di produzione locale di prodotti prima coperti da brevetti internazionali ora disconosciuti dalla giurisprudenza locale. Sotto accusa sperimentazioni registrate dal 2005 al 2012 che hanno riguardato 57.303 indiani, di cui 39.022 avrebbero completato i test clinici. Su di essi – secondo i dati presentati alla suprema istanza giudiziaria dal ministero per la Sanità e il Benessere familiare – sarebbero stati testati 475 nuovi prodotti, di cui soltanto 17 infine approvati per la commercializzazione in India. «I casi di morti dovute a eventi negativi avversi durante le sperimentazioni nel periodo in questione furono 2.644 e tra questi anche 80 casi di decesso attribuibili con certezza ai test clinici – conferma il ministro per la Sanità, Keshav Desiraju, nel suo rapporto alla Corte Suprema –. Circa 11.972 eventi negativi gravi (esclusi decessi) sono stati altresì registrati nel periodo dal primo gennaio 2005 al 30 giugno 2012, di cui 506 con certezza connessi con la sperimentazione». Il 3 gennaio scorso, la Corte aveva criticato il governo per la sua insensibilità e aveva chiesto al ministro della Sanità di controllare l’applicazione del meccanismo di selezione e controllo per la sperimentazione umana. Davanti al rischio concreto che i giudici decretassero la sospensione di ogni test, il vice-procuratore generale ha garantito che il ministro avrebbe personalmente vigilato sull’attuazione di un più stretto rispetto delle indicazioni del Comitato permanente parlamentare. Un provvedimento che ha tolto il governo dall’imbarazzo, ma che non è servito a fermare le accuse di gruppi della società civile. In particolare, quelle dell’Organizzazione non governativa Swasthya Adhikar Manch (Forum per il diritto alla salute), che aveva minacciato di portare davanti alla Corte l’accusa che i cittadini indiani sono utilizzati alla stregua di cavie dalle aziende farmaceutiche straniere con una qualche forma di connivenza delle autorità. I dati mostrerebbero però responsabilità non solo di multinazionali, ma anche di aziende locali. Nel 2005 era stata cancellata la legge approvata solo un anno prima, che obbligava le case farmaceutiche ad ottenere l’attestazione di sicurezza ufficiale nel Paese d’origine per prodotti da testare successivamente in India. «Nell’ultimo quarantennio sono state approvate per la commercializzazione in India 900 diverse molecole medicinali di varie categorie, di cui solo sette scoperte e approvate nel paese, il resto scoperte e sviluppate altrove dopo complessi procedimenti di ricerca e di sviluppo, inclusi test sugli esseri umani», ha ricordato significativamente il ministro per la Sanità indiano. Gli attivisti additano come responsabili di decessi e di abusi della legge soprattutto le aziende straniere autorizzate ad operare in India secondo protocolli severi sulla carta, ma che ad esempio lasciano ampio spazio ad incertezze sulla reale coscienza della scelta di sottoporsi ai test, dato il contesto di povertà, emarginazione e scarsa educazione da cui proviene le maggior parte dei volontari, a volte anche sotto la spinta di gravi problemi di salute. Interessi delle case produttrici, di strutture ospedaliere e di operatori sanitari rendono spesso opache le sperimentazioni e discutibili i risultati.
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