sabato 28 aprile 2018
Riparte la battaglie tra le milizie Kachin e i militari birmani. Oltre 4.000 i nuovi profughi. L'Onu preoccupata per la crisi che si estende nel nord del Paese, vicino al confine con Cina e India
Miliziani dell'Esercito per l'indipendenza Kachin marciano nella giungla (Ansa)

Miliziani dell'Esercito per l'indipendenza Kachin marciano nella giungla (Ansa)

Migliaia di civili sono in fuga dalle aree di nuovi combattimenti tra l’Esercito per l’indipendenza Kachin e i militari birmani. Sono oltre 4.000 i nuovi profughi – cristiani in maggioranza nel buddhista Myanmar – che vanno a aggiungersi ai 15mila già costretti ad allontanarsi dalle proprie terre dall’inizio dell’anno e ai 90mila già profughi negli Stati Kachin e Shan dalla crisi che nel 2011 ha messo fine al cessate il fuoco tra le forze armate governative e la milizia Kachin.

L’Onu non è stata in grado di confermare le notizie di vittime tra la popolazione, ma ha espresso la preoccupazione per la crisi che va estendendosi nel Nord del Myanmar, a ridosso del confine cinese e indiano, quasi ignorata dalla comunità internazionale maggiormente coinvolta da quella in corso a Occidente, nello Stato Rakhine ora pressoché spopolato dai musulmani Rohingya costretti alla fuga in Bangladesh negli ultimi mesi.

Una situazione che il nuovo governo civile, alla guida del Paese dal marzo 2015, ha mancato di risolvere nonostante l’impegno della Premio Nobel Aung San Suu Kyi, riferimento delle forze attive in modo non violento per la democrazia e i diritti umani sotto la dittatura al potere fino al 2010. Oggi Aung San Suu Kyi ha l’incarico ministeriale degli Esteri, ma soprattutto, in quanto Consigliere nazionale, ha un ruolo che la pone a diretto contatto con i vertici militari che, pur partecipando agli incontri che dovrebbero propiziare la pace, nei fatti agiscono per mantenere una condizione di instabilità che allontana una soluzione.

La formazione di un governo civile non ha portato i miglioramenti attesi e questo anche a causa dei vincoli posti dalla Costituzione in vigore, approvata dai militari nel 2008. L’esercito mantiene potere e interessi propri e indipendenti dal controllo civile, ministeri-chiave e il 25% dei seggi parlamentari che gli garantiscono il diritto di veto su ogni modifica della Costituzione che la Lega nazionale per la democrazia da tempo persegue e con essa la sua leader Aung San Suu Kyi.

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