Libano choc, la profanazione della statua di Gesù ha scatenato l'indignazione mondiale

Il Cristo di Debel è stato demolito a martellate da un soldato israeliano, poi identificato dai vertici dell'Idf. Le scuse di Israele, la reazione degli ordinari cattolici: intollerabile, compromesso il rispetto per il sacro
April 20, 2026
Libano choc, la profanazione della statua di Gesù ha scatenato l'indignazione mondiale
Le immagini della profanazione della statua di Gesù dal cellulare di una donna libanese / Ansa, Afp
È accaduto a Debel, una delle decine di villaggi cristiani finiti a sud della “linea gialla”, tracciata domenica dal governo di Benjamin Netanyahu nel Libano meridionale. Una fascia di sicurezza profonda una decina di chilometri dal confine che Tel Aviv ha deciso di mantenere nel Paese vicino «a garanzia del cessate il fuoco».
L’area è preclusa al rientro dei profughi. I 400 abitanti di Debel, per il 99 per cento maroniti, in realtà, non sono mai andati via, nonostante i combattimenti andati avanti per oltre cinquanta giorni prima e, ora, l’occupazione di fatto da parte dell’esercito israeliano. I residenti cercano, con la loro presenza, di proteggere case e infrastrutture dalle demolizioni diffuse realizzate dallo Stato ebraico a cavallo della frontiera.
Non sono, però, riusciti a salvare il piccolo altare di legno e pietra costruito all’interno di un giardino di una villetta alla periferia della comunità. Un soldato ha staccato la statua di Gesù dalla Croce, l’ha lanciata a terra e l’ha demolita a martellate. La profanazione – definita «contraria ai valori ebraici» da Netanyahu – è stata filmata e diffusa sui social dal giornalista palestinese Yunis Tirawi, il quale, in passato, aveva denunciato altri episodi di abusi perpetrati dai militari israeliani a Gaza.
Le immagini – confermate da fonti indipendenti e dalla testimonianza del parroco locale, padre Fadi Falfel –, in breve, hanno fatto il giro del mondo, suscitando un moto di indignazione generale. L’Assemblea degli ordinari cattolici di Terra Santa – che include i vescovi greci melchiti, maroniti, armeni e siriaci – ha parlato di gesto «intollerabile», «un inquietante fallimento nella formazione morale e umana, in cui persino il più elementare rispetto per il sacro e per la dignità altrui è stato gravemente compromesso».
Netanyahu ha condannato l’azione, «contraria ai valori ebraici». E il ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar ha chiesto «scusa ai cristiani e a chiunque sia stato ferito dalla grave offesa». I vertici delle forze armate hanno annunciato un’indagine e provvedimenti nei confronti del responsabile, identificato ieri. «Stiamo lavorando con la popolazione per riparare la statua e rimetterla al suo posto». Il Cristo di Debel non è il primo simbolo religioso a cadere vittima di questo ennesimo capitolo di guerra tra Israele e Hezbollah. La settimana scorsa, a Bint Jbeil, è stata distrutta la Grande moschea, risalente all’epoca dei romani. Secondo l’Ong Green Southeners, anche il sito di Chamaa, luogo di culto per sciiti e cristiani, è stato parzialmente abbattuto. Nel frattempo, dentro la “linea gialla”, le demolizioni vanno avanti.

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