martedì 5 novembre 2019
Le 9 vittime erano in viaggio in auto e sono stati attaccati dai criminali. Appartenevano alla comunità mormona LeBaron ed erano parenti del noto attivista Julian LeBaron. Fermato un sospettato
Alcune delle vittime dell'agguato in Messico (da un video della Cnn) Ansa

Alcune delle vittime dell'agguato in Messico (da un video della Cnn) Ansa

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«Abbiamo denunciato delle nuove minacce. E queste sono le conseguenze». La voce di Julián LeBarón, leader dell’omonima comunità mormona del nord del Messico, tremava nel dare l’allarme pubblico sui media.

Poco prima, dalla fattoria di Galeana, nello Stato di Sonora, dove vive, aveva sentito degli spari e visto una densa nube di fumo nero. Accorso a vedere, si era ritrovato di fronte una scena agghiacciante: l’auto su cui viaggiava la cugina, Rhonita LeBarón, e i figli Howard, di 8 anni, Krystal, di sei anni, e i gemellini Titus e Tiana, di appena sei mesi, era ridotta a un ammasso fumante. Dentro i 5 cadaveri carbonizzati. Altre due auto, con le cugine Dawna e Christina e i loro bambini, erano state crivellate di proiettili. Le due donne erano state uccise, insieme a due dei piccoli.

40.180
sono le persone scomparse, secondo dati ufficiali, dal 2006, quando è iniziata la narco-guerra

Otto bambini – sei feriti – erano riusciti a fuggire. Per tutta la giornata i familiari li hanno cercati senza sosta, riuscendo a localizzarli dopo ore. La comitiva era uscita a metà mattina per andare a Janos, municipio nel confinante Stato di Chihuahua.

Da là, Rhonita avrebbe proseguito per Phoenix, in Arizona, per andare a prendere il marito all’aeroporto. Un commando armato l’ha intercettata, però, poco dopo la partenza e ha aperto il fuoco, facendola esplodere, prima di colpire le altre due. Nel massacro sono stati uccise 9 persone, di cui sei minori.

A distanza di 24 ore dalla strage le autorità messicane hanno fatto sapere di aver fermato un sospettato. Lo riporta la Cnn.

Una delle auto bruciate nell'agguato (da un video della Cnn) Ansa

Una delle auto bruciate nell'agguato (da un video della Cnn) Ansa

Una strage scioccante, perfino nel Messico “assuefatto” agli orrori della narcoguerra che l’anno scorso ha fatto in media 100 vittime al giorno.

36.685
sono stati gli omicidi nel 2018, in media cento al giorno. È il numero più alto di sempre



Tanto più che ad essere attaccata è stata una famiglia più volte nel mirino: il clan LeBarón ha iniziato la sua lotta contro la criminalità organizzata nel 2009 quando Eric, 19 anni, fu rapito. I sequestratori chiedevano un milione di dollari per liberarlo. La famiglia rifiutò pubblicamente di pagare e denunciò la piaga dei rapimenti ai media e alle autorità. Il ragazzo fu rilasciato, poco dopo, però, colui che aveva condotto la campagna, Benjamín, fu assassinato. Il fratello Julián ne ha portato avanti l’impegno, partecipando al Movimento per la pace di Javier Sicilia. Da allora, LeBarón ha più volte denunciato la violenza e l’impunità dilaganti nella regione e nel Paese. Di recente, LeBarón aveva denunciato nuove minacce.

L’agguato, dunque, secondo quest’ultimo, con tutta probabilità, sarebbe una vendetta. Tre arresti sono stati annunciati dalla polizia. Il ministro per la Sicurezza, Alfonso Durazo, però, sostiene che la famiglia potrebbe essere stata «confusa» con esponenti del gruppo criminale rivale, nonostante l’evidente presenza di donne e bambini. Il corridoio tra Sonora e Chihuahua è conteso tra il cartello di Sinaloa e quello della Linea, che impongono la loro feroce legge alla popolazione. Non a caso, per ore, nonostante gli allarmi, l’area è rimasta isolata: a diffondere il video del massacro è stato lo stesso LeBarón, che ha chiesto aiuto al Fbi per risolvere il caso.

Le vittime, di origine Usa, avevano doppia nazionalità. Lo stesso presidente Donald Trump ha offerto aiuto al Messico per «combattere i mostri», cioè i narcos. Una mano tesa prontamente respinta dal collega Andrés Manuel López Obrador, da più parti accusato di non avere una strategia anti-narcos chiara. Finora, il presidente si è limitato a creare e dispiegare la Guardia nazionale. Il che, però, non ha fatto diminuire la violenza che, anzi, cresce. Due settimane fa, poi, l’arresto e rilascio del figlio del boss Joaquín El Chapo Guzmán, dopo la feroce reazione dei suoi uomini, hanno messo in imbarazzo il Paese di fronte al mondo.

LA COMUNITÀ NEL MIRINO

La comunità colpita è costituita dai discendenti dei mormoni fuggiti dagli Stati Uniti nel XIX secolo, dopo essere stati perseguitati per le loro tradizioni, tra cui la poligamia. Molti mormoni in Messico godono di doppia cittadinanza messicana e americana. Il Messico ha registrato più di 250.000 omicidi da quando, nel 2006, il governo ha dispiegato controverso l'esercito per combattere il traffico di droga. Molti esperti accusano la "guerra della droga" per la violenza a spirale, mentre cartelli frammentati si combattono tra loro e con l'esercito.

180
è la quota minima di omicidi alla settimana negli ultimi 13 anni. La media settimanale è tra 400 e 600


CHI È JULIAN LEBARON

Julián LeBarón, proprietario terriero e leader della comunità mormona omonima, si è impegnato nella lotta per la difesa dei diritti umani dal 2009 quando il fratello Benjamín è stato rapito e ucciso. Una vendetta per l’impegno di Benjamín contro i narcos. Poco prima di morire, Julián gli aveva promesso che avrebbe proseguito la sua lotta. Così, LeBarón si è unito al Movimento per la pace creato dal poeta Javier Sicilia. Anche di recente aveva ricevuto minacce da parte del crimine organizzato.

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