martedì 18 gennaio 2011
Una serie di iniziative segrete per colpire il regime«sotto la cintola», inducendolo a più miti consigli. «Virus elettronici negli impianti, sanzioni economiche ed «eliminazioni» di scienziati. Il ruolo di Usa e Israele. Teheran con la bomba oppure Teheran bombardata. Di fronte a due possibilità entrambe disastrose, la scelta obbligata rimane il negoziato.
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Per molti la guerra è già comin­ciata. Una 'guerra ombra', co­me ha scritto recentemente Newsweek, che punta a colpire l’Iran nei gangli vitali del suo programma nucleare, tramite l’eliminazione fisica dei suoi scienziati, l’attacco informa­tico ai siti per l’arricchimento dell’u­ranio – come quello che ha bloccato le centrifughe di Natanz lo scorso no­vembre –, il sostegno ai gruppi auto­nomisti o anti-regime presenti nel Paese. Una serie di iniziative segrete che devono colpire Teheran 'sotto la cintola', convincendola a rinunciare ai propri programmi atomici e che af­fiancano le politiche ufficiali dell’Oc­cidente, le quali combinano il basto­ne delle sanzioni economiche con la carota dell’offerta di dialogo politico e di riconoscimento. Altri disegnano uno scenario ancor più complesso, che unisce attacchi esterni e regola­menti di conti interni. Secondo alcu­ne voci iraniane, infatti, gli attentati sarebbero addirittura stati organizza­ti dagli stessi servizi segreti iraniani, che dubitavano della lealtà di quegli scienziati.Gli «attentati» a Teheran Per certo, questi clamorosi attentati di fine novembre – con motociclisti che hanno lanciato bombe magneti­che contro le auto dei fisici – hanno provocato la risposta del governo, che ha denunciato, per voce dello stesso presidente Ahmadinejad, un «com­plotto sionista» teso a bloccare il di­ritto dell’Iran alla tecnologia nuclea­re. Il che, in verità, non vuol dir mol­to, dato che la Repubblica islamica dell’Iran si nutre dell’ossessione di complotti. Sionisti e non. Ad esempio, è diffusa negli ambienti conservatori – non bastava Dan Brown – l’idea che il Vaticano ordini l’assassinio di ogni personaggio europeo di rango che vo­glia convertirsi all’islam (citatissimo il presunto caso di Edoardo Agnelli). All’accusa di Ahmadinejad non è se­guita, come da copione, alcuna ri­sposta da parte del governo israelia­no, il quale predilige l’opacità di non smentire e non confermare. Ma per andare al di là dei titoli immaginifici, bisogna cercare di ricostruire il com­plesso puzzle in questa contesa sul nucleare, visto lo stallo dei negoziati, iniziati nel 2003.Le sanzioni economicheColpire l’economia è l’arma tradizio­nale di pressione della comunità in­ternazionale per 'convincere' un Pae­se a modificare la propria politica. Un’arma che in molti considerano spuntata, soprattutto quando usata contro un Paese come la Republica i­slamica dell’Iran che – dalla sua fon­dazione nel 1979 – ha sempre convis­suto con embarghi e sanzioni. Di si­curo, le misure economiche e l’isola­mento politico non bastano da soli e devono far parte di una strategia più completa. Da quanto si capisce, le ul­time – e più dure – sanzioni decise dal­le Nazioni Unite stanno indebolendo l’economia iraniana. Obama aveva af­fermato di voler «colpire il regime e non il popolo iraniano». Come avvie­ne quasi sempre, però, il risultato è opposto. Chi paga i prezzi maggiori sono i cittadini comuni e il ceto im­prenditoriale e mercantile vicino ai conservatori tradizionali o ai riformi­sti. Paradossalmente, le sanzioni fa­voriscono proprio gli ultra-radicali e i pasdaran, che si stanno impadronen­do sempre più dei gangli vitali dell’e­conomia iraniana. Così diventeranno sempre più forti e arroganti. Un Paese «senza alleati»Quanto all’isolamento politico, oltre alla riduzione degli scambi politici, e­conomici e culturali con l’Europa, Teheran deve affrontare l’ostilità to­tale dei Paesi arabi sunniti. Come ri­velato anche da Wikileaks – ma negli ambienti diplomatici la notizia circo­lava già da tempo –, le monarchie a­rabe del Golfo appoggerebbero uffi­ciosamente azioni contro l’Iran. Il re­gime è però convinto che l’ostilità sunnita e occidentale possa essere ri­bilanciata dai sempre più stretti lega­mi con Cina, Russia, Turchia, Brasile e altre potenze non occidentali.Fomentare il disordineNei primi anni delle presidenze Bush, a Washington ci si è baloccati a lungo con l’idea di sfruttare le diversità et­niche e religiose presenti in Iran, so­stenendo movimenti autonomisti o anti-centralisti fra cui gli azeri del nor­dovest, gli arabi sunniti del sud e i ba­luci (pure sunniti) del Sistan-Baluchi­stan. E anche gruppi politici d’oppo­sizione radicale, come gli estremisti dei Mujaheddin-e Khalq. Un’idea che rifletteva la scarsa comprensione del senso identitario del Paese, in defini­tiva velleitaria e pericolosa, perché portava a volte a sostenere gruppi ra­dicali ed estremamente violenti. Per di più, fomentare i particolarismi si­gnifica aprire un vaso di Pandora in tutta la regione, mettendo in difficoltà anche Paesi alleati, a rischio di turbo­lenze simili. In questi anni, si è anche cercato di rafforzare la capacità di movimento e di azione degli agenti nel territorio i­raniano: l’intelligence statunitense presente in Iran era infatti considera­ta del tutto inadeguata. Ad esempio, il Kurdistan iracheno è considerato u­na delle basi avanzate migliori per gli 007 sia americani sia, soprattutto, i­sraeliani. È di qui che gli uomini del­le forze speciali con la stella di Davi­de potrebbero muoversi, anche se la recente crisi intervenuta nei rapporti fra Israele e Turchia – altro Stato mol­to attivo nel Kurdistan – può indebo­lire l’azione mirata d’intelligence con­dotta da Gerusalemme.L’opzione militareÈ la carta che non vorrebbe giocare nessuno: l’Occidente è stanco di guer­re, in crisi economica, con troppi sol­dati all’estero in missioni di cui non si vede la fine. Soprattutto, non la vo­gliono i militari: sanno che un attac­co aereo e missilistico contro i siti del programma nucleare iraniano diffi­cilmente fermerebbe Teheran, ed e­sporrebbe il Medio Oriente a una rea­zione asimmetrica che rischia di far precipitare tutta la regione nel caos. Molti analisti sono convinti che sia tutto sommato meglio convivere con una 'bomba potenziale' iraniana piuttosto che cercare di fermarla mi­litarmente. Si spera che il regime sia abbastanza scaltro da ottenere la ca­pacità teorica e fermarsi a quel pun­to, senza costruire o testare nessun or­digno. Una posizione che però non rassicura né Israele né le monarchie a­rabe del Golfo. Si racconta che i sau­diti siano arrivati al punto di offrire di spegnere i propri radar per favorire il passaggio dei caccia con la stella di Davide. Ovviamente, per poi accusa­re Tel Aviv di aver 'spento' informati­camente le proprie difese. Di sicuro, la possibile bomba iraniana spaventa gli arabi molto più di quella israeliana.Convivere con la bombaL’incognita vera è quanto Israele pos­sa convivere con la prospettiva di un Iran nucleare: è da anni che i politici dello Stato ebraico indicano 'linee rosse' invalicabili oltre le quali scat­terebbe l’attacco. Più volte questi li­miti sono stati spostati in avanti: ef­fetto delle pressioni di Washington, ma anche segno delle titubanze di­nanzi a una mossa estrema che inne­scherebbe reazioni violentissime: de­stabilizzazione in Iraq e Afghanistan, lanci di missili da parte di Hezbollah, le opinioni pubbliche arabe inferoci­te che metterebbero a dura prova la stabilità dei governi moderati, le ri­torsioni iraniane che potrebbero spin­gersi al punto di bombardare i Paesi a­rabi del Golfo con basi americane. Se­condo voci ufficiose dell’intelligence israeliana, l’attacco informatico con il virus Stuxnet (confermato anche dal New York Times, che domenica ha par­lato di una collaborazione america­na) contro le centrifughe nucleari ira­niane avrebbe ritardato di anni la bomba: ma anche in questo caso non è chiaro quanto vi sia di vero o se que­ste rivelazioni servano a rassicurare l’opinione pubblica. Insomma, come si dice ormai da an­ni, sembriamo essere di fronte a una opzione egualmente catastrofica: «Un Iran con la bomba o un Iran bombar­dato ». Finché vi è una possibilità, al­lora, meglio continuare sulla strada del negoziato e cercare, con testar­daggine, un accordo finora sfuggito. La centrale nucleare di Bushehr, in un’immagine di qualche anno fa (Ap) Un operaio al lavoro nell’impianto di Arak (Reuters)
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