La guerra "spegne" Betlemme. Di nuovo

di Lucia Capuzzi Inviata a Betlemme
Pellegrinaggi cancellati e strade deserte: stroncata la fragile ripresa avviata dopo il cessate il fuoco
April 2, 2026
Sul muro di Betlemme un mural apre una finestra su Gerusalemme
Il mural "rompe" il muro davanti al Walled Off/ Capuzzi
«Non c’è un granello di polvere». Hassan mostra l’indice che ha appena passato sullo scaffale di legno. Sul viso un sorriso amaro. «Da quando è cominciata la guerra con l’Iran, mi dedico alle pulizie. Il tempo non manca. Già prima – dopo il 7 ottobre – avevo un cliente ogni due giorni, ormai ne ho uno al mese, quando va bene. Stavolta pare dì sì», dice mentre avvolge nella carta uno delle centinaia di portamonete artigianali ammassati sull’espositore e lo porge all’unica persona entrata nel negozio nelle ultime due settimane. «La precedente, però, non aveva acquistato nulla. Era un vicino, venuto a fare due chiacchiere», racconta il negoziante 55enne di Star street. Sulla via che collega la Basilica della Natività all’antico centro storico si affacciano decine di negozietti di artigianato. Solo a Milk Grotto street, dalla parte opposta della piazza della Mangiatoia, forse, c’è una densità maggiore di botteghe. Qua e là, la gran parte, in piena Settimana Santa, ha le serrande abbassate. E le poche che si ostinano a tenerle alzate sono vuote. «No, non mi faccio illusioni, so che non venderò niente. Non ho, però, voglia di stare in casa, specie la mattina. Ci sono i bambini che fanno le lezioni online...», dice Hassan.
Anche il dirimpettaio è rimasto aperto. Seduto in un angolo, sorseggia del tè senza nemmeno invitare i pochissimi passanti a entrare come di consueto. L’attacco a Teheran di Israele e Usa ha stroncato sul nascere la fragile ripresa di Betlemme. Il massacro di Hamas e gli oltre due anni di offensiva su Gaza avevano svuotato una delle cittadine più emblematiche della Terra Santa di pellegrini e turisti. Da questi ultimi dipende il 70 per cento della sua economia con perdite da 2,5 milioni di dollari al giorno. Dalla tregua dello scorso ottobre, pian piano, però, qualche gruppo, soprattutto dall’Europa dell’Est, aveva trovato il coraggio di prenotare un soggiorno. A Natale, erano rispuntate le luminarie e l’accensione del tradizionale albero di Natale aveva squarciato la lunga oscurità. Islamici e cristiani – meno, ormai, del venti per cento dei 22mila abitanti – avevano accolto il “ritorno della luce” con applausi e esclamazioni di gioia. Un barlume di speranza per l’intera popolazione di Betlemme. «Tutti, di qualunque fede, condividiamo la medesima sofferenza da decenni. Questo ci ha resi una sola famiglia», racconta Stephanie Saldaña che, insieme al marito, il sacerdote di rito siro-cattolico Frederic Masson, manda avanti la Pilgrim house, ricavata nelle viscere del convento secolare. «All’inizio dell’anno, abbiamo ospitato cinque comitive – aggiunge –. Meno di duecento persone in totale, la più grande ne contava una sessantina». Numeri piccoli rispetto ai quasi due milioni di presenze l’anno registrate prima della pandemia. «Per noi è stata, tuttavia, una boccata d’ossigeno. Poi, il conflitto è ripreso e, uno dopo l’altro, i tre gruppi prenotati a inizio gennaio per Pasqua hanno cancellato. Né ci sono state nuove richieste per l’estate. Ormai non ne arriveranno più, i viaggi in Terra Santa si organizzano con mesi di anticipo.
Il muro che divide la Cisgiordania da Israele
Il muro che divide la Cisgiordania da Israele
Perfino il Walled Off – il più iconico hotel della città e della Cisgiordania, creato da Banksy a ridosso del muro di separazione con Israele – ha dovuto richiudere i battenti, appena riaperti. La veranda è desolata: nessuno siede sui tavolini in ferro battuto ad osservare i murales disegnati sull’inquietante barriera, insieme high-tech e medievale. Le piante, però, sono curate. Merito dei dodici dipendenti – sul totale di cinquanta impiegati prima della crisi – che l’amministrazione è riuscita a non lasciare a casa. «Sono loro vigilano che tutto sia in ordine e a occuparsi della sicurezza e della manutenzione. In attesa di riprendere», spiega Wisam Salaam che, nel 2017, insieme all’artista britannico, ha fondato l’albergo. Un luogo – lo definisce, parafrasando il poeta messicano César Cruz – «che turba i comodi e, forse, conforta chi è turbato». Si affaccia sulla cortina di cemento e sulla porta perennemente sprangata della Tomba di Rachele. Da lì comincia Gerusalemme, prossima e, al contempo, irraggiungibile a causa del sistema di blindatura realizzato da parte dell’esercito di Tel Aviv. Proprio per questa sua peculiare “vocazione”. il Walled-Off è determinato ad andare avanti. «Se il muro crolla – dice –, questo posto diventerà un museo di un muro distrutto. Un archivio».
Resistere, però, diventa ogni giorno più duro. «Non è solo il peso della mancanza di risorse. Né l’immobilità forzata. I permessi di entrata in Israele sono “congelati” dal 7 ottobre 2023. Anche all’interno dei Territori, gli spostamenti sono diventati una scommessa. Da due mesi non riesco ad andare a Ramallah – dichiara Stephanie Saldaña, nata negli Usa ma ormai palestinese di adozione –. Al dolore per le condizioni materiali, inoltre, si aggiunge la sofferenza spirituale. La missione dei cristiani di Terra Santa è accogliere i pellegrini. Quando non ce ne sono, perdiamo il senso della nostra presenza». Negli ultimi trenta mesi, duecento famiglie cristiane hanno lasciato Betlemme. Gli islamici a partire – secondo fonti locali – sono stati almeno altrettanti. Con la disoccupazione schizzata al 31 per cento, il popolo di Betlemme si sente crollare la terra sotto i piedi. «I miei quattro fratelli vivono negli Stati Uniti. L’ultimo è partito due anni fa, poco dopo l’inizio della guerra a Gaza – racconta Hassan –. È grazie a loro se riusciamo a sopravvivere: ci inviano qualcosa e con quello tiriamo avanti. Se fosse dipeso solo da me li avrei seguiti. Ma ho cinque figli e non è facile spostarli. Il problema non è solo il conflitto bensì quello che verrà dopo: nessuna delle soluzioni sul tavolo include i palestinesi. Siamo considerati come un corpo estraneo in casa nostra».

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