La guerra arriva nella Bekaa. L'Onu: Israele sabota i caschi blu
di Nello Scavo, inviato a Mashghara (Libano)
Nella Valle a oriente i villaggi si svuotano, i ponti vengono colpiti e la pianura diventa una trappola. Da Beirut a Tiro fino al nord di Israele, il conflitto salda i suoi fronti Nessuna tregua di Pasqua

La strada che nella fertile Valle della Bekaa precipita fino al verde lungofiume di Mashghara è diventata terra di nessuno. Non per molto. La pressione israeliana si allunga fino a qui. Raffiche da terra e missili dai caccia sono gli unici rumori, a parte le caprette scure che senza pastore vagano tra i sentieri. L’altra battaglia per la presa del Libano meridionale si combatte a oriente, dove si alternano villaggi cristiani e paesini sciiti, ma molto più spesso borghi misti rimasti disabitati. L’aviazione piomba su vigne e frutteti sorvolando le antiche chiese rimaste vuote dopo lo sfollamento di massa. Il giorno prima sui telefoni dei residenti era arrivato l’ultimatum israeliano: «Per la vostra sicurezza dovete continuare a spostarvi verso l’area a nord del fiume Zahrani, e astenervi da qualsiasi movimento verso sud che possa mettere in pericolo le vostre vite». Il lavoro è stato completato. I ponti di Mashghara e Sohmor, tra la il lago Qara’un e il fiume Litani sono stati abbattuti a cannonate sparate dall’alto.
La nuova fase della guerra non vuole testimoni scomodi. A cominciare dai militari delle Nazioni Unite. «I soldati israeliani hanno distrutto tutte le telecamere rivolte verso Minghy Street presso il quartier generale dell’Unifil a Naqoura», denuncia una nota della missione Onu. «Queste telecamere erano posizionate in modo da riprendere solo le immediate vicinanze del nostro quartier generale – si legge – per garantire la sicurezza del personale militare e civile delle forze di pace che vi risiede». Nei giorni scorsi Unifil era stata colpita da alcuni lanci che l’esercito di Tel Aviv (Idf) attribuisce a Hezbollah. I caschi blu stanno investigando. Proprio le videocamere possono contribuire a individuare i responsabili. Non più. «Abbiamo espresso la nostra grave preoccupazione all’Idf e presenteremo una protesta formale contro le loro azioni», ha annunciato la portavoce di Unifil Kandice Ardiel.
L’escalation non è più una solo una minaccia. La guerra non aspetta la Bekaa. Mentre i ponti di Mashghara cadevano, a Beirut i caccia israeliani colpivano quello che l’Idf descrive come centri di coordinamento tra la Forza Quds iraniana, la Jihad islamica palestinese e Hezbollah. A Tiro, più a sud, i bombardamenti su edifici a ridosso di un ospedale hanno ferito almeno undici persone. Il presidio è rimasto aperto: vetri in frantumi, contro soffitti a terra, medici al lavoro tra i feriti. Un raid ha colpito anche il porto, centrando una barca turistica e danneggiando i pescherecci agli ormeggi. Hezbollah ha risposto rivendicando due raffiche di razzi verso Kiryat Shmona, nel nord di Israele. La Bekaa, Beirut, Tiro, il nord di Israele: il conflitto ricompone i suoi fronti in un unico arco, e il Libano si ritrova insieme retrovia, bersaglio e corridoio nella guerra più grande in Medio Oriente.
Il lago Qara’un con le vicine Mashghara e Sohmor non è più la periferia delle battaglie. Per le strette strade sui costoni non c’è anima viva. L’esercito libanese resta di guardia sulle montagne e osserva cosa accade 500 metri più in basso. Qua sotto, a Mashghara, dei 6mila abitanti non c’è rimasto quasi nessuno. Sulle alture, gli chalet per le vacanze estive, sono diventati riparo per gli sfollati. Il piatto fondovalle è diventato una trappola, esposto com’è al tiro diretto. Gli unici che incrociamo sono due giovani su un fuoristrada, con l’aria di chi era venuto a sorvegliare. Poche parole: «Non andate avanti, fermatevi. Sparano a vista». E da dietro alla curva arriva una serie di esplosioni che smuovono il cielo ancora sporcato dalla lontana tempesta di sabbia. Chi ha attraversato i ponti lasciandosi alle spalle la vita di prima sa che probabilmente non la riavrà più. E non ha molta voglia di parlarne: «Torneremo, Inshallah». Se Dio vuole, ripetono, «il Libano vincerà». Non dicono «Hezbollah vincerà», come se la guerra in queste prime settimane – con i suoi 1.400 morti e quasi 4mila feriti – avesse riunito gruppi e fazioni intorno alla bandiera nazionale con il grande cedro. Ma è presto per sapere quanto il richiamo all’unità sarà duraturo.
Del resto giovedì il ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva annunciato di voler distruggere tutte le case nei villaggi vicino al confine nel Libano meridionale. E per essere chiaro aveva spiegato che sarebbe andata come nella Striscia di Gaza. Lo scopo dichiarato è quello di volere «eliminare una volta per tutte Hezbollah». Che risponde bersagliando le posizioni israeliane e scatenando un barrage di missili e razzi che anche ieri hanno raggiunto diversi centri nel Nord di Israele. Le forze israeliane da Est colpiscono ininterrottamente su questa porzione di Libano, come preparandosi a saldarsi con i battaglioni che spingono dal sud. Nel punto esatto da cui il Litani lascia la diga del Qara’un, riprendendo a scorrere per meno di 200 chilometri fino al Mediterraneo, si levano altre colonne di fumo e polvere. Anche le ambulanze della Croce rossa libanese si fermano. Dall’inizio della guerra 94 operatori sanitari non sono tornati indietro vivi. Gli equipaggi appostati al sicuro in cima alla valle aspettano una tregua di Pasqua che non arriverà.
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