Le ambizioni nucleari del Giappone per la Cina sono «un rischio per la pace»

Non si placa l'escalation tra le due potenze asiatiche. Pechino punta il dito contro la “rinascita del militarismo giapponese”
January 9, 2026
La premier giapponese Sanae Takaichi
La premier giapponese Sanae Takaichi / ANSA
Siamo davanti alla “rinascita del militarismo giapponese” che, con le sue risorgenti ambizioni nucleari, costituisce “una seria minaccia per la pace globale”. La guerra delle parole tra Cina e Giappone sfonda un altro argine, con Pechino che ricorre a torni sempre più assertivi in uno scenario internazionale turbolento e rissoso, segnato dal cedimento delle norme internazionali. L’affondo cinese cade su un terreno agitato da due mesi di controversie. Ad accendere la miccia le dichiarazioni della nuova premier giapponese Sanae Takaichi che, lo scorso 7 novembre 2025, ha fatto sapere che un eventuale uso della forza da parte di Pechino contro Taiwan potrebbe giustificare una risposta militare da parte di Tokyo. Una gaffe diplomatica? O una provocazione calcolata, destinata a scatenare le (prevedibili) reazioni di Pechino? Apriti cielo. La Cina ha bollato la sortita nipponica “provocatoria", chiedendo alla premier di ritirare le sue dichiarazioni "erronee". Ma la marcia indietro di Takaichi non è mai arrivata. Lo scontro è andato avanti, trascinandosi tra dichiarazioni e contro dichiarazioni. Il 6 gennaio Pechino ha affondato un nuovo colpo, annunciando il divieto di esportazione di prodotti “a duplice uso”, militare oltre che civile: dai software alle tecnologie con applicazioni multiple alle risorse strategiche, terre rare comprese. Il 7 dicembre, da parte sua, Tokyo ha dichiarato che un caccia cinese J-15 ha puntato il suo radar di controllo sugli F-15 giapponesi vicino a Okinawa per 30 minuti.
Ieri quindi i nuovi strali lanciati all’indirizzo di Tokyo. Pesanti. E circostanziati. L'Associazione cinese per il controllo degli Armamenti e il Disarmo (CACDA), che agisce sotto la giurisdizione del ministero degli Affari Esteri, ha presentato un rapporto intitolato significativamente "Le ambizioni nucleari di destra del Giappone, una seria minaccia per la pace mondiale", con tanto di esortazione alla comunità internazionale “a proteggersi dalle aspirazioni nucleari del Giappone”. Dai Huaicheng, segretario generale del CACDA, ha usato toni netti: "Dobbiamo contrastare e frenare con attenzione le ambizioni nucleari delle forze di destra giapponesi per salvaguardare congiuntamente la pace e la sicurezza mondiale". E ancora: "Le recenti dichiarazioni del primo ministro Takaichi Sanae, che accennano alla revisione del "Principio di non-nucleare" del Giappone (che vieta il possesso, la produzione o l'introduzione di armi nucleari), e le dichiarazioni pubbliche di alti funzionari giapponesi sulla necessità di armamenti nucleari rivelano l'ambizione di liberarsi dai vincoli dell'ordine internazionale e accelerare la rinascita del militarismo e la rimilitarizzazione". Secondo il rapporto cinese, il traguardo delle armi atomiche sarebbe ormai a portata di mano per Tokyo: “il Giappone – vi si legge - ha raggiunto un totale di circa 44,4 tonnellate di plutonio” e dispone “di piattaforme operative per il trasporto di armi nucleari, come i suoi caccia F-35 e i cacciatorpediniere Aegis”.
Siamo davanti a una crisi destinata a rientrare, come le tante che hanno negli anni infiammato, a intervalli regolari, le relazioni tra i due Paesi? O, al contrario, si tratta di qualcosa di qualitativamente diverso da leggere dentro il lento franare dell'ordine internazionale? Come scrive il think tank European Council on Foreign Relations, “le due potenze asiatiche si stanno allontanando dalla coesistenza in un ordine regionale basato sulle regole e si stanno dirigendo verso una competizione strategica punteggiata da crisi sempre più ravvicinate. Per l'Europa, le ricadute vanno ben oltre l'Asia. Il deterioramento minaccia la resilienza della catena di approvvigionamento globale, mette alla prova la capacità di deterrenza economica dell'UE e costringerà l'Unione a ridurre ulteriormente le sue dipendenze critiche. Soprattutto, metterà a nudo la capacità dell'Europa di agire senza essere paralizzata dalle pressioni esterne”.

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