Israele accetta i negoziati col Libano: «Ma prima non ci sarà alcun cessate il fuoco»

di Nello Scavo, inviato a Beirut
All’indomani del massacro a Beirut Netanyahu, su pressione americana, ha accolto la richiesta di Aoun di avviare trattative dirette Il ministro Katz: «La guerra non finisce». Hezbollah rifiuta i negoziati
April 9, 2026
Israele accetta i negoziati col Libano: «Ma prima non ci sarà alcun cessate il fuoco»
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver accolto la richiesta di negoziati diretti con il Libano, ma senza il cessate il fuoco/ ANSA
Davanti alle macerie ancora fumanti di una Beirut deserta e in lutto, con le famiglie chiuse in casa su ordine del governo che temeva nuovi attacchi, è cominciato il conto alla rovescia per far fallire il negoziato, annunciato a sorpresa da Benjamin Netanyahu. Appuntamento a Washington nei primi giorni della prossima settimana. Dopo la furiosa reazione, a quanto trapela, di Donald Trump in persona. La carneficina di civili in Libano, poche ore dopo l’annuncio di una tregua nel Golfo, non solo rischia di pregiudicare l’intesa con Teheran, ma ha messo in ombra quello che “The Donald” avrebbe voluto venisse celebrato come un successo personale. E’ stato il capo di stato libanese Joseph Aoun sollecitare Washington. E Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver incaricato il governo israeliano di avviare «al più presto» negoziati diretti con il Libano. Nella formulazione diffusa da Gerusalemme, i colloqui dovrebbero riguardare sia il disarmo di Hezbollah sia la definizione di relazioni pacifiche tra i due Paesi. Secondo la testata “Axios”, la svolta annunciata dal premier israeliano è maturata dopo colloqui telefonici con Donald Trump e con l’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff. Fonti americane di alto livello, citate da Axios, sostengono che Witkoff abbia chiesto al premier israeliano di «calmare» i raid sul Libano e di aprire al tavolo delle trattative. Nella stessa ricostruzione, un funzionario israeliano ha però precisato che non esiste alcun cessate il fuoco. L’esponente che dovrebbe condurre i colloqui è l’ex ministro degli Esteri di Tel Aviv, Ron Dermer. Diplomatico che ha già gestito dossier difficili, tra cui i negoziati con la Siria. Citato dalla testata israeliana “Yedioth Ahronot”, Dermer ha detto di ritenere «possibile progredire verso un accordo di pace con il Libano».
Che la diplomazia possa prendere il posto degli esplosivi è una novità che arriva dopo 303 morti (con il bilancio che cresce ad ogni ora) e oltre 800 feriti nella strage provocata dal massiccio bombardamento israeliano del giorno prima. Portando a 1.888 il bilancio delle vittime della campagna israeliana dal 2 marzo. Quanto ai dispersi, nessuno sa ancora dire quanti siano, per non parlare dei corpi che non è stato ancora possibile identificare. Prima c’è da salvare i feriti più gravi. Ammesso che si faccia in tempo. E sperando che non arrivino nuovi attacchi sui civili. L’Organizzazione mondiale della sanità riferisce che alcuni ospedali entro pochi giorni potrebbero non poter più disporre dei kit traumatologici essenziali. Secondo il rappresentante dell’agenzia Onu in Libano, le scorte di bende, antibiotici e anestetici si stanno esaurendo. Nella periferia sud di Beirut, le autorità locali hanno lanciato appelli per l’invio di bulldozer e mezzi pesanti. Sotto ai palazzi demoliti dai missili si cercano decine di persone, sperando di fare in tempo a salvare qualcuno. L’annuncio di un negoziato è accolto con soddisfazione dal governo italiano, che aveva condannato l’attacco israeliano di giovedì. Ma in Libano nessuno festeggia e molti diffidano. Anche a causa di notizie allarmistiche poi rientrate. Nel pomeriggio di ieri improvvisamente una fiumana di persone si è gettata fuori dai palazzi nei quartieri a Nord dell’aeroporto di Beirut. Un messaggio dell’esercito israeliano aveva annunciato l’imminente bombardamento di un’area con oltre 200mila residenti. Ore di panico che hanno risvegliato la città chiusa nel lutto nazionale. L’allarme è poi rientrato, quando si è appreso della possibile svolta diplomatica.
Israele continua a dare la caccia a Naim Qassem, leader di Hezbollah sfuggito a vari attacchi. Nel corso dei raid di giovedì era circolata la voce della sua eliminazione in un appartamento di un quartiere nel quale tradizionalmente il gruppo sciita non ha radicamento. Ma è stato lo stesso Netanyahu, in un post dai toni trionfanti, a scrivere che invece era stato colpito «il segretario del segretario» di Hezbollah. L’organizzazione, che rischia d’essere tagliata fuori dalla trattativa, risponde ai bombardamenti con il consueto sbarramento di razzi e artiglieria sul nord di Israele. Nel sud del Libano continuano le segnalazioni di colpi israeliani contro ambulanze, centri di soccorso e squadre intervenute sui luoghi dei raid. Prima ancora che il tavolo a Washington venga aperto, si è aperta la corsa dei sabotatori. Ali Fayad, importante deputato di Hezbollah, ha ribadito il rifiuto del proprio gruppo nei confronti di qualsiasi negoziazione diretta tra Libano e Israele. Unica condizione per parlarsi: «Il ritiro israeliano, la cessazione delle ostilità e il ritorno dei residenti nei loro villaggi e città», ha affermato Fayad. Da Tel Aviv è il ministro della Difesa Israel Katz a gelare le attese: «La guerra in Libano non si fermerà». Poco prima il colono e ministro delle finanze israeliano Smotrich, inaugurando una colonia illegale aveva promesso: «Ci sarà un’espansione a Gaza, che estenderà i nostri confini, e in Liban, in Siria, sul Monte Hermon, in parti del nord, del sud e dell’Est».

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