In Yemen è scoppiata la faida tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi

La mossa di Riad di bombardare nei giorni scorsi una nave militare di Abu Dhabi è il segnale che la competizione tra i due Paesi per lo strategico tratto di mare che va dal Golfo di Aden all'imboccatura del Mar Rosso si è riaccesa. Con possibili rischi di instabilità per tutta la regione
January 3, 2026
Una moschea nello Yemen
Una moschea nello Yemen
Si intreccia ulteriormente il risiko regionale in corso da oltre undici anni nello Yemen. Il territorio che sia Romani che Arabi hanno per secoli associato alla felicità e alle benedizioni chiamandolo con i suggestivi nomi di “Arabia Felix” e di “al-Yaman” è oggi più che mai metafora di infelicità e desolazione. L’ultimo allarmante sviluppo riguarda la faida interna scoppiata tra gli “alleati” sauditi ed emiratini che fanno entrambi parte della Coalizione militare panaraba che sostiene dal marzo 2015 il governo centrale yemenita guidato dall’ex presidente Mansour Hadi contro i “ribelli” Houthi che occupano dal 16 settembre 2014 la capitale Sanaa e la parte settentrionale del Paese.
Nelle prime ore di martedì scorso, infatti, l’aviazione di Riad ha bombardato il porto yemenita di al-Mukalla per colpire un carico di armi partito a bordo di due navi da Fujairah, negli Emirati, e destinato ai secessionisti del Consiglio di transizione del Sud (Stc) che mirano a ricostituire lo Stato dello Yemen del Sud. La mossa saudita era stata dettata dalla vasta offensiva militare lanciata a inizio dicembre dai separatisti del Stc con l’evidente appoggio emiratino ai danni del governo internazionalmente riconosciuto, privando quest’ultimo dei governatorati di Hadramaut e di al-Mahra e di importanti centri urbani come al-Mukalla e Seiyun.
La nuova escalation non solo riaccende un conflitto sostanzialmente congelato dal 2023 grazie alla distensione tra Arabia Saudita e Iran, rispettivamente sponsor del governo centrale di Hadi e degli Houthi, ma mette anche in evidenza la mai sopita competizione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau) per il controllo di uno strategico tratto di mare che va dal Golfo di Aden allo stretto di Bab al-Mandab, all’imboccatura del Mar Rosso, in cui transitano tutte le navi dirette verso il Canale di Suez e da lì in Europa. Un traffico pari al 9% di tutto il petrolio commerciato via mare. In altre parole, il nuovo scenario consacra le opposte strategie dei due ambiziosi uomini forti del Golfo: Mohammad bin Salman (MbS), l’erede al trono saudita, da una parte, e Mohammad bin Zayed (MbZ), il presidente degli Eau, dall’altra. Il tutto con gli Houthi che si accontentano, per la prima volta dal 2014, del ruolo di compiaciuti spettatori.
Intanto, il duro comunicato con cui Riad ha considerato le operazioni militari del Stc una «minaccia alla sicurezza nazionale del Regno» addossandone la responsabilità ai “fratelli” emiratini ha sortito un primo apparente risultato. Abu Dhabi ha infatti dichiarato la sua intenzione di mettere fine alla sua presenza militare nello Yemen. Una marcia indietro, questa, che suscita non poco scetticismo tra gli osservatori. Uno, perché gli Emirati hanno sempre negato di disporre di vere e proprie truppe nel Paese, parlando solo di «squadre anti-terrorismo»; due, perché MbZ ha tanto investito negli ultimi anni sulla costruzione di un vasto network regionale di basi militari da poterci rinunciare così in fretta. La rete oltrepassa il mero quadro yemenita per comprendere – pare in combutta con Israele – i porti di Berbera e Bosaso, nel Somaliland, senza dimenticare il sostegno offerto dagli emiratini alle Forze di supporto rapido nella guerra civile del Sudan. Il recente riconoscimento del Somaliland da parte di Israele non può così prescindere dalla presenza degli Emirati in uno scacchiere in costante evoluzione che sembra riservare alla terra yemenita, nel corso di questo nuovo anno, importanti mutamenti delle dinamiche in atto.

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