«In Libano abbiamo aperto i conventi per aiutare chi scappa dalla guerra»

di Nello Scavo, inviato a Beirut
Parla il padre cappuccino Elia Rahme: non vogliamo una nuova guerra civile e non vogliamo che la nostra terra diventi teatro di scontro di interessi regionali e internazionali. Accogliamo sfollati ovunque, a partire dai fratelli musulmani
April 3, 2026
«In Libano abbiamo aperto i conventi per aiutare chi scappa dalla guerra»
Padre Elia Rahme custode del Cappuccini di Libano e Siria / Scavo
«Quando dal sud del Libano sono cominciati ad arrivare i primi sfollati, abbiamo compreso. Poi, con i bombardamenti su Dahieh, la periferia sud di Beirut, altre famiglie hanno lasciato in fretta le loro case». E a quel punto, quando per gli sciiti diventa difficile trovare alloggi in affitto per il timore che le forze israeliane possano bombardarle, «come frati eravamo già pronti, perché durante la guerra del 2024 avevamo già accolto degli sfollati. E abbiamo detto subito sì». Padre Elia Rahme è il custode dei Cappuccini di Libano e Siria. Nato durante la guerra civile esplosa a partire dagli anni ‘70, ha imparato che la guerra è un prezzo che i libanesi pagano nell’interesse di altri. E dalla cattedrale di San Luigi, da cristiano e da libanese, dice che il problema non sono le persone, ma la politica.
A quanti avete aperto le porte?
Quasi 1.200 persone. Poi abbiamo aperto anche un nostro convento sul Monte Libano, dove una scuola accoglie tra le 400 e le 500 persone. Aiutiamo anche famiglie rifugiate da parenti o amici, a Beirut come nel nord del Paese.
Di che cosa hanno bisogno?
Di tutto: elettricità, acqua, medicine, latte per i bambini, cibo. Facciamo quello che possiamo: paghiamo servizi essenziali, distribuiamo pacchi alimentari, compriamo medicine, aiutiamo le famiglie che non riescono più a sostenere neppure le spese più semplici.
Chi sono gli sfollati?
Nelle nostre strutture ci sono molte famiglie di musulmani sciiti. Vivono l’accoglienza con rispetto e riconoscenza. Rispettano la chiesa, gli spazi della preghiera, la vita del convento. E i frati mi raccontano che gli sfollati a volte assistono anche alle celebrazioni, alla Via Crucis, alla Messa del Giovedì santo. Sono segni semplici, ma dicono molto.
La guerra colpisce cristiani e musulmani. Produce unità o nuove fratture?
Per ora soprattutto unità. La guerra rende tutti più poveri. Anche noi. Eppure continuiamo ad aiutare grazie alla solidarietà che riceviamo, soprattutto dai nostri confratelli cappuccini in Europa. C’è qualcosa di molto forte in questo: un povero che aiuta un altro povero. Ma il rischio esiste. Se la guerra durerà a lungo, le tensioni potrebbero crescere. Siamo in crisi dal 2019, il costo della vita è altissimo, le risorse sono limitate. Oggi riusciamo ancora ad aiutare. Domani non so.
Il Libano è stato definito da Giovanni Paolo II «più che un Paese, un messaggio». E papa Leone ha parlato di «mosaico». Il conflitto mette a rischio l’essenza del Paese?
Sono nato durante la guerra civile, che definiamo come «guerra degli altri combattuta sulla terra libanese». È una frase dura, ma vera. Per questo oggi molti libanesi non vogliono una nuova guerra civile e non vogliono che il Libano torni a essere il terreno di scontro di interessi regionali e internazionali.
Che cosa tiene ancora insieme il Paese?
La convivenza reale. Noi siamo cresciuti sapendo che cristiani e musulmani vivono insieme. Ci sono quartieri misti, famiglie miste, legami quotidiani che resistono alla paura e alla propaganda. Noi non abbiamo paura del musulmano. Abbiamo paura dei politici.
Perché?
Perché alcuni, non tutti, mettono davanti i propri interessi. E quando la politica usa la paura, o usa le divisioni religiose, il Libano si indebolisce. Il popolo, nella vita quotidiana, sa vivere insieme. Il problema nasce quando qualcuno soffia sul fuoco, magari per convenienza interna o perché legato a interessi esterni. Allora il rischio diventa serio. La gente sa che il pericolo non è astratto. Sa che esistono pressioni dall’estero, sa che il Medio Oriente si sta ridisegnando tra Gaza, Iran, Siria e i nuovi equilibri regionali. E sa anche che il Libano può diventare ancora una volta il punto in cui si scaricano conflitti altrui. L’immagine del mosaico usata da Papa Leone XIV è bella proprio perché valorizza le differenze. Ma se la diversità non viene custodita, allora la bellezza si rompe. E allora il Libano perde la sua identità.
In che modo cercate di custodirla?
Con un principio molto semplice. Alla Messa del Crisma il nunzio vaticano, monsignor Paolo Boorgia, ha usato una bella definizione: “Il bisognoso non ha una carta d’identità”. È così. Noi aiutiamo tutti: cristiani, musulmani, credenti, non credenti. Siamo figli di san Francesco, e san Francesco voleva che i suoi frati fossero frati del popolo.
Che Pasqua sarà, a Beirut?
Non una Pasqua di gioia piena. Non ancora. Sarà una Pasqua di speranza. E però la speranza non è poco: è ciò che permette alle persone di restare in piedi e di credere che, dopo tanto buio, la gioia possa ancora tornare.

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