In Colombia il popolo non ha paura. La classe politica invece teme il fattore Trump
di Lucia Capuzzi, inviata a Bogotà
La folla nelle piazze di Bogotà sostiene il governo di Gustavo Petro, definito dal presidente Usa «un malato a cui piace produrre cocaina». Il rischio di finire nel mirino della Casa Bianca dopo il Venezuela spaventa però in vista del voto di quest'anno: a maggio ci saranno le presidenziali

«No tenemos miedo», non abbiamo paura. Lo ha urlato a squarciagola ieri la folla riunita nella storica piazza di Bogotà dedicata a Simón Bolívar, il liberatore dal giogo del colonialismo. Al grido si sono unite le principali città colombiane convocate dal governo di Gustavo Petro in segno di unità di fronte alle minacce di Donald Trump che ha indicato la nazione come nuovo bersaglio. Un fatto impensabile fino a un anno fa quando Bogotà era definita, per impiegare le parole di Joe Biden, “pietra angolare” della politica statunitense nel Continente.
Lo è stata ininterrottamente nell’ultimo secolo e, ancor più, dalla fine della Guerra fredda. All’epoca, archiviata la Dottrina Monroe, Washington cominciava a concentrarsi su altri quadranti del mappamondo mentre le forze progressiste della regione approfittavano della sua “distrazione” per sperimentare percorsi innovativi. Alcuni verso riforme sociali, vedi gli esempi di Brasile e Cile. Altri verso il baratro, come la Rivoluzione bolivariana di Hugo Chávez. Nel frattempo, Bogotà restava la garanzia per la Casa Bianca in termini di scambi commerciali, investimenti e sicurezza. Soprattutto il partner cruciale nella lotta al narcotraffico, portata avanti congiuntamente prima con il Plan Colombia, disegnato dal democratico Bill Clinton, poi con la cooperazione Usa all’implementazione degli Accordi di pace, supportati dal sempre democratico Barack Obama. Puntualmente, però, i repubblicani sono stati ampiamente coinvolti, segno che l’alleanza con il vicino del Sud aveva un carattere rigorosamente bipartisan. Poi Trump è tornato alla Casa Bianca. E il cambio di rotta è stato brusco. Già un anno fa, appena insediato, erano esplose le scintille con Petro sulle espulsioni dei migranti.
Il primo leader di sinistra alla guida di Bogotà si era rifiutato di far atterrare i voli sul proprio territorio per il “trattamento disumano” riservato agli irregolari, che viaggiavano ammanettati. La crisi, allora, era rientrata nel giro di 24 ore quando Bogotà era stata costretta dalla mannaia dei dazi al 50 per cento a una precipitosa retromarcia. Lo scontro attuale, invece, si protrae da almeno mesi. È cominciato a ottobre quando la Colombia si è vista togliere la “certificazione” nell’impegno per il contrasto alla produzione di stupefacenti, finendo nel gruppo dei “conniventi”, insieme a Bolivia, Myanmar e Venezuela. Da quel momento è stata un’escalation.
Prima, il dipartimento di Stato ha revocato il visto a Petro accusato di «azioni imprudenti» per il discorso incendiario a una manifestazione pro-Palestina durante il soggiorno per l’Assemblea Onu di New York. Poi il Tesoro lo ha inserito in un elenco di sospetti per narcotraffico. Accusa rilanciata – senza fornire prove – direttamente dal capo della Casa Bianca in più occasione. L’ultima, domenica, a bordo dell’Air Force One. «La Colombia è governata da un malato a cui piace produrre cocaina e mandarla negli Usa», ha detto Trump per cui «non sarebbe male» immaginare a Bogotà un’azione sul modello venezuelano.
La reazione di Petro non s’è fatta attendere. Il presidente – in gioventù guerrigliero del movimento M19, ormai smobilitato – si è detto disposto «a riprendere le armi per difendere la nostra sovranità, anche se è l’ultima cosa che vorrei». La ministra degli Esteri, Rosa Yolanda Villavicencio, ha inviato una denuncia formale per “l’offesa” degli Usa e le ottenuto una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu e dell’Organizzazione degli Stati americani per discutere la questione. Ieri il presidente ha chiamato a raccolta la piazza. I toni, dunque, restano pubblicamente forti. A bassa voce, però, tanti anche all’interno del centro-sinistra, chiedono “prudenza”. Questo è un anno cruciale per il Paese: a maggio ci saranno le presidenziali e Petro non può ricandidarsi. Gli aspiranti a guidare il fronte progressista temono che la tensione con gli Usa sia un boomerang. Se, da una parte, compatta la base intorno all’anti-imperialismo, dall’altro scatena paure. Già in passato, il fronte ultrà è riuscito ad utilizzare a proprio vantaggio il fattore Venezuela per l’abilità del fronte ultrà di agitare il fantasma del “castro-chavismo”. Il rischio di ricadute ora è ancora maggiore. Come ha già dimostrato, Trump non si fa scrupoli di intervenire direttamente con intimidazioni o incentivi per costruirsi un “muro” di leader alleati in America Latina. «A Petro non resta molto», ha detto domenica. Non è detto che pensasse necessariamente a un’uscita di scena in manette come Maduro. Ci sono altre vie. Argentina e Honduras lo dimostrano.
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