Il presidente dei vescovi: «Nel Venezuela in ginocchio la Chiesa organizza la speranza»
Parla monsignor Jesús González: «È tempo di unità. Rivalità e divisioni politiche vanno lasciate da parte La priorità va alle vittime e a chi soffre in queste ore drammatiche»

«È tempo di unità. Rivalità e divisioni politiche vanno lasciate da parte. La sfida che abbiamo davanti, il peggior disastro del secolo, richiede il concorso di tutti. Ciascuno a seconda delle proprie responsabilità. La priorità va alle vittime e a chi soffre in queste ore drammatiche». È l'appello di monsignor Jesús González de Zárate, presidente della Conferenza episcopale venezuelana e arcivescovo di Valencia, a 72 ore dallo sciame sismico che il 24 giugno ha devastato almeno cinque regioni del Paese sudamericano. Lo raggiungiamo al telefono, poco prima della celebrazione nella chiesa intitolata a San Giovanni XXIII, nella sua diocesi. «Subito dopo il sisma abbiamo sentito l'abbraccio della Chiesa universale – commenta monsignor González –. Molti messaggi di solidarietà sono giunti dalle conferenze episcopali del continente, oltre all'aiuto concreto del Santo Padre, della Conferenza episcopale italiana e di diverse organizzazioni legate alla Chiesa». Senso di comunione che in queste ore si estende a tutto il territorio venezuelano, dove oggi si terrà una giornata di preghiera indetta dai vescovi e ispirata al Salmo 46,1, che recita: “Dio è per noi rifugio e forza, aiuto sempre vicino nelle angosce”».

Monsignor González, qual è la risposta della Chiesa all'agonia del popolo venezuelano?
La Chiesa c'è, sin dalle prime ore. Vescovi e sacerdoti presidiano parrocchie, ospedali e comunità. Soprattutto a La Guaira, che 27 anni fa è stata colpita da un'altra tragedia di grandi proporzioni (l'alluvione che causato oltre 10mila vittime, ndr). La comunità è ferita e si sente impotente. Accade anche a molti sacerdoti, che all'epoca erano seminaristi. Tocca ripartire da zero un'altra volta. La Chiesa è in prima linea: aiuta a trasportare cadaveri e accompagna i fedeli nelle comunità più colpite. Non abbiamo una macchina di aiuti né capacità logistica per rimuovere le macerie, ma aiutiamo il popolo a gestire il proprio dolore.
Che clima si respira, tra le macerie?
La mia arcidiocesi, Valencia, non è tra le più colpite. C'è però, ovunque, un clima di grande tensione. Non si sa come andrà a finire. E le scosse proseguono. Cerchiamo perciò di affrontare paure e tensioni mediante la preghiera e l'incontro.
Anche attraverso i punti di raccolta Caritas.
È un modo di organizzare la speranza e coordinare la risposta di persone che, spontaneamente, si sono adoperate in aiuto e soccorso dei loro vicini. Dal primo momento la rete Caritas si è attivata a tutti i livelli - nazionale, diocesano e parrocchiale -, tra raccolta di beni primari e risposta alle emergenze. Lavoriamo anche a una mappatura dei bisogni, insieme alla rete di volontari, consapevoli che sarà un cammino lungo, che durerà nel tempo.
Cioè?
Operiamo a due livelli. Da un lato aiutiamo e consoliamo chi è nel dolore. Dall'altro, iniziamo a proiettare la ricostruzione di vite e di città nel lungo periodo.
L'opinione pubblica chiede trasparenza nella distribuzione degli aiuti. Come può essere garantita quest'ultima?
Siamo chiamati a unire le volontà di tutti e custodire ogni donazione, in un momento socio politico delicato. Stando alle testimonianze delle Caritas, inclusa quella di Valencia, molte persone confidano nella Chiesa come porto sicuro a cui affidare le proprie donazioni. Sono certe che quanto condiviso, anche con sacrificio, arriverà alle vittime. Questa è una grande responsabilità, poiché molti, tra i poveri, danno quel poco che hanno. Poi sono tanti gli aiuti che arrivano dal Papa, dalla Chiesa italiana e dagli altri Paesi. Saranno utili alla ricostruzione, che sarà lunga. Basta pensare alle nostre chiese, molte da ristrutturare, altre da demolire e rifare da capo.
Cosa la preoccupa di più in questo tempo così drammatico?
La nostra fiducia risiede in Dio. Ed è il sentimento generale della popolazione. Lo dicono anche i numeri. Nelle ore successive al terremoto le chiese erano piene. Di qui la convocazione di una Giornata di preghiera (oggi, ndr), affinché tutti possiamo sentirci uniti dinanzi al Padre. Ci conforta anche l'abbraccio della Chiesa e del mondo, che non ci hanno lasciato soli.
Quando invece i riflettori si sposteranno altrove, quale Venezuela cercherà di costruire la Chiesa?
Sogniamo un Paese che riparta dai valori di solidarietà che lo accomunano e che in queste ore si manifestano anche nei meno abbienti e in tutti coloro che, rischiando la propria vita, la mettono al servizio degli altri. Infatti, in questi momenti di prova e di crisi, il popolo venezuelano sta riscoprendo le proprie qualità. Anche perché tutti siamo stati colpiti, in qualche modo, dalla tragedia; tutti conosciamo persone che hanno perso ogni cosa, dalle case ai propri cari. Occorrerà dunque fare tesoro di quest'esperienza, così dolorosa, ma anche dei gesti di bene al fine di costruire un Paese migliore. Vanno superati gli antagonismi che, per decenni, hanno lacerato il Venezuela, impoverendolo e chiudendo le porte ai giovani, molti dei quali costretti a emigrare. Dobbiamo restare coesi, su tutti i fronti. E allora ne usciremo migliori.
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