César e gli altri angeli delle macerie del Venezuela: «Così ho salvato mia cugina»
Il 42enne di Caracas che ha estratto dai detriti una parente: «Aveva il cellulare e mi ha chiamato. Incastrata nel cemento, poteva girare solo la testa». A salvare tante vite sono i cittadini comuni

Chiamateli, se volete, angeli delle macerie. Sono uomini e donne, padri, madri, figli, fratelli, amici che hanno risposto agli appelli disperati di persone amate o sconosciute, alle grida d’aiuto di un vicino, a messaggi lanciati via Whatsapp da chi è rimasto sotto le macerie. E da mercoledì sera continuano a scavare, spesso a mani nude, spostando con grandi ceste gli “escombros”, le montagne di detriti dei palazzi crollati, per tirar fuori qualcuno degli oltre 50mila dispersi, rimasti sotto tonnellate di cemento durante le due terribili scosse del sisma che ha devastato il Venezuela. Angeli che sono accorsi subito, spontaneamente, da soli o affiancando i primi pompieri e volontari della protezione civile. E che dall’altro ieri continuano a farlo, senza sosta, anche mentre scriviamo queste righe, senza bere, senza mangiare, senza riposare. Angeli senza ali, ma dal “corazon” grande come il loro meraviglioso e travagliato Paese. Questa è la storia di uno di loro, il “caraqueño” César Augusto, nome romano e coraggio da gladiatore, che ha tirato fuori dalle macerie dopo 15 ore sua cugina, individuata grazie al cellulare, ferita e intossicata dalla polvere ma ancora viva. Ecco il suo drammatico racconto e molto dettagliato, al telefono con Avvenire.
«La telefonata di mia cugina Laura sepolta viva»
«Mi chiamo César Augusto Marquina Vera...». Inizia così il racconto, vivido e commovente, di questo 42enne di Caracas: «Poco prima del terremoto, un alert ci ha avvisato sui cellulari che entro qualche secondo ci sarebbe stata una scossa molto forte. Io, mia moglie Maria Andreina Corredor, i miei due figli e mia madre non abbiamo fatto in tempo a uscire, è stato terribile ma l’appartamento ha retto. Quindi ci siamo precipitati giù per le scale e siamo andati nel parco dell’edificio. Dopo 15 minuti, mentre eravamo ancora scossi, mi ha telefonato mia cugina Laura Marquina, dalla sua abitazione di Bello Campo, nel municipio di Chacao».
Il crollo istantaneo dell’edificio «Don Pepe»
Laura , anche lei di 42 anni, è appena rimasta sotto le macerie del suo edificio, chiamato Don Pepe., e chiede aiuto a César. Lui e la moglie lasciano i ragazzi con la nonna e corrono immediatamente lì, in mezzo ai palazzi pericolanti. «Quando siamo arrivati, c’era un cumulo di macerie e solo 5 pompieri, 3 paramedici e un’ambulanza di “Salud Chacao”. In quel momento accettavano la collaborazione dei civili». César riferisce ai pompieri che lì sotto c’è la cugina Laura, viva ma bloccata: «Loro stavano tirando fuori un ottantenne che abitava al secondo piano, ma che era finito al piano terra. Quando ci sono riusciti, abbiamo iniziato a cercare Laura, chiamandola e rimuovendo i detriti...».
Con le mani e col fischietto
César sta accanto alla tenente Anubis, del corpo dei pompieri del “Distrito Capital”. L’ufficiale usa un fischietto per farsi sentire dai sepolti vivi e individuarne la posizione. Laura al cellulare spiega al cugino che si trovava nell’appartamento al quarto piano con sette amici. Quando hanno capito che le pareti stavano per crollare, hanno provato a uscire. Ma lei è tornata dentro per recuperare lo smartphone, pensando che potesse servirle. «Quando è uscita sul pianerottolo, il palazzo si è spaccato in due: metà si è sfarinata, come le Torri gemelle; l’altra metà si è accartocciata – racconta ancora César, con la voce spezzata –. Laura si è ritrovata in posizione fetale, ancora viva, ma incastrata fra i pezzi di cemento. Al telefono mi ha detto che poteva muovere la testa a 45 gradi , ma non il resto del corpo. Una colonna di detriti le pesava sulla spalla».
Due donne, fianco a fianco
I pompieri, aiutati da César, continuano a scavare. Tirano fuori una signora di 50 anni, ormai morta, che abitava nell’attico. Intanto Laura sente che qualcuno si avvicina. Arrivano altri volontari, militari, poliziotti. Tutti insieme la chiamano a gran voce. Sono le tre del pomeriggio di giovedì . A pochi metri da lei, nella “tumba” di macerie, c’è un’altra donna, viva ma terrorizzata. Laura le parla, per calmarla, le chiede di raccontare di sé, del suo aspetto. Si chiama Mayerlis e ancora non lo sa, ma anche lei uscirà viva dall’inferno di cemento. Sta battendo con una pietra su una parete. Intanto César continua a parlare con la cugina, aiutando i pompieri a individuare entrambe.
Fuori dalla “tumba”
Sono trascorse 15 ore dal sisma, quando Laura viene tirata fuori dalle macerie, insieme alla sua compagna di sventura. Nel trambusto, arriva pure il sindaco del municipio di Chacao, Gustavo Duque. «Hanno messo Laura su una barella e l’hanno portata prima alla clinica El Avila, poi a Los Sauces, nella zona di San Bernardino. Le stanno facendo tanti esami medici. Ha una vertebra fratturata, la rottura del perone e diversi ematomi», ci racconta suo cugino, mentre prosegue la catena umana per rimuovere i detriti.
Il protocollo: «Prima i vivi»
«Non so in quali condizioni sia l’altra donna, Mayerlis, so solo che è viva. In queste ore, sotto il palazzo sono stati scoperti altri due morti. Ma il protocollo dei pompieri prevede di estrarre prima i vivi e poi i cadaveri», conclude César. A osservarlo, con lo sguardo sereno e i capelli e la barba spruzzati di grigio, pare un uomo comune, un padre, un marito che, nel momento più terribile della storia recente del suo Paese, ha risposto, letteralmente, a una chiamata, salvando la vita a chi lo chiamava. Non si sente un eroe, non vorrebbe neppure parlare di sé ma solo della coetanea e parente che ora, grazie a lui, respira e proverà a guarire, in un letto d’ospedale. Lui non lo immagina, ma in queste ore buie e tragiche per il Venezuela, per noi che lo ascoltiamo la ile sue parole accendono una piccola luce. La sua storia pare davvero quella di un angelo custode, uno dei tanti coraggiosi angeli delle macerie.
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