«Il premier ha giocato d'azzardo con gli Usa. Ma il loro appoggio non è incondizionato»

L'ex consigliere di Clinton, Yehudah Mirsky: «Ha pensato di avere margini di manovra illimitati. Ora è chiaro che non è così»
Google preferred source
June 3, 2026
«Il premier ha giocato d'azzardo con gli Usa. Ma il loro appoggio non è incondizionato»
Yehudah Mirsky
Una «scommessa ardita». Forse troppo. Nell’attuale offensiva contro Iran e Libano, Benjamin Netanyahu ha abbandonato «il principio guida su cui ha costruito la propria longevità politica: la capacità di combinare audacia tattica e cautela strategica. Stavolta è stato imprudente. Il che è sorprendente. E i suoi esiti del tutto imprevisti», sostiene Yehudah Mirsky, storico e docente di Israele e studi giudaici alla Brandeis University. Il rabbino, con studi a Yale e specializzazione ad Harvard e ora residente a Gerusalemme, conosce in profondità politica le società sia di Israele sia degli Stati, dove ha vissuto per decenni e ha collaborato con il dipartimento di Stato, come consigliere speciale dell’ex presidente Bill Clinton.
Professor Mirsky, l’aggressività di Netanyahu e la sua ossessione per Teheran non sono, però, nuove...
Elementi tattici. Finora, però, inquadrati in una strategia cauta, in un’ottica di lungo periodo. L’opinione pubblica occidentale spesso non coglie questa cifra poiché si concentra sulla retorica del premier, estremamente virulenta. In realtà, dice tutto e il contrario di tutto, pur di compiacere l’interlocutore di turno. Certo, in passato, Netanyahu ha fatto altre guerre: è stato al potere tanto a lungo che non potrebbe essere altrimenti. Molte meno, tuttavia, di quelle che avrebbe potuto. La cosiddetta “gestione” del conflitto a Gaza prima del 7 ottobre rientra in questa prospettiva. Ha minacciato di bombardare l’Iran per anni senza farlo. In questo modo, è riuscito a far entrare nell’agenda politica interna e internazionale il programma nucleare degli ayatollah e la necessità di smantellarlo in quanto pericolo vitale per lo Stato ebraico. Non a caso, la “guerra dei Dodici giorni” del giugno 2025 ha avuto ampio sostegno in Israele, inclusa l’opposizione. L’attivismo iraniano, sia diretto sia attraverso i “proxy” Hamas e Hezbollah, gli ha indubbiamente facilitato il lavoro. Con l’operazione del 28 febbraio, invece, Netanyahu sembra avere giocato d’azzardo. Forse ha sopravvalutato la capacità di Donald Trump di portare avanti il conflitto, complici i consiglieri, designati unicamente in base a criteri di fedeltà. Un punto in comune con il presidente americano. Insieme al fatto che entrambi mettono il proprio interesse personale al di sopra di quello dello Stato.
L’ultima telefonata di Trump rappresenta una svolta nel rapporto fra i due “amici”?
Con il capo della Casa Bianca non si può mai dire. Di certo, ha messo in chiaro che l’autorità del premier è limitata e il margine di manovra che contava di avere è molto più stretto del previsto. Contrariamente alle attese, Netanyahu non ha il sostegno incondizionato di Trump. E ora è evidente a tutti. Un monito di cui il premier non può non tenere conto. Per il presente e per il futuro.
Questo indebolisce Netanyahu in vista delle prossime elezioni?
La sua immagine ha subito un danno enorme e potrebbe perdere le prossime consultazioni. Proprio per questo la sua macchina propagandistica sta facendo ogni sforzo per ribadire il legame mai così forte con gli Stati Uniti. Una carta cruciale. Il condizionale è d’obbligo poiché il premier combatte per la propria sopravvivenza politica. E, così, il resto della coalizione. È la consapevolezza di non avere un’altra chance a tenerli uniti. La sindrome di accerchiamento che sentono molti israeliani li rafforza. L’Europa in questo potrebbe aiutare cooperando con le tante componenti della società impegnate nella costruzione della democrazia

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire