Il Libano è fragile e non ha uno Stretto di Hormuz. Per questo è il Paese da sacrificare

Mancano le parole per definire l'ultima offensiva di guerra. Così Beirut, senza interessi economici da difendere e con il pesante fardello di Hezbollah che l'ha trascinata nel conflitto, rischia di essere la vittima predestinata della tregua
April 9, 2026
Il Libano è fragile e non ha uno Stretto di Hormuz. Per questo è il Paese da sacrificare
Carcasse di auto bruciate dopo gli attacchi dell'Idf a Beirut / Ansa
Alla geopolitica mancano i termini. E il dramma libanese è specchio della penuria semantica. Per descrivere la condizione in cui è intrappolato il piccolo Paese mediorientale – teatro da decenni di guerre da importazione –, le categorie vanno mutuate dal repertorio economico e socio-ambientale. Sono trascorsi 53 anni da quando l’Accademia nazionale delle scienze americana ha coniato l’espressione “zona di sacrificio” per definire gli effetti a lungo termine lasciati dall’estrazione del carbone negli Stati occidentali degli Usa. Una “bomba verbale”, secondo l’autrice Helen Huntington Smith, capace di “dare parole al dolore” – per parafrasare Shakespeare – di intere comunità dimenticate dalle politiche industriali. Più di recente, all’alba del nuovo millennio, Kevin Bales, uno dei più noti studiosi di schiavitù contemporanee, ha elaborato al riguardo la definizione di “persone usa e getta”: un serbatoio di esseri umani in estrema necessità da cui il sistema produttivo globale può reclutare all’infinito. Scartabili e scartati, avrebbe detto papa Francesco.
Zona di sacrificio” e “persone usa e getta” sono diventati assi portanti delle attuali relazioni internazionali. La narrazione della “guerra inevitabile” – non più prosecuzione della politica con altri mezzi ma suo strumento privilegiato –, cominciata con l’Ucraina e perfezionata con Gaza, scava nella geografia del pianeta voragini sempre più grandi, in cui sprofondano territori e popoli. Abissi invisibili per l’informazione, disponibili per la “diplomazia armata”, superflue per i grandi leader. Nemmeno “danni collaterali”, come si era soliti chiamarli un tempo, piuttosto “complici loro malgrado” di cui liberarsi preventivamente.
Il Libano è l’ultima di una lunga serie di icone. Almeno, fino alla prossima. Con un lancio di razzi sul nord di Israele, Hezbollah l’ha trascinato in guerra in obbedienza ai diktat di Teheran. Una colpa che l’intera comunità sciita e la nazione tutta sono condannate a espiare, divenendo bersaglio a tempo indeterminato dei bombardamenti di Tel Aviv. Da oltre un mese, raid martellano il sud, della capitale e del Paese, da dove oltre 1,1 milioni di adulti, bambini e anziani sono stati costretti a sfollare. Ma colpiscono anche fuori dalle “zone di evacuazione” quando l’esercito israeliano considera che là si trovi un obiettivo. Lo fanno dal 2 marzo anche se mai con la potenza di fuoco di ieri, poche ore dopo l’annuncio della tregua tra Israele e Iran. A differenza di quest’ultimo, il Libano non ha uno Stretto di Hormuz con cui far deflagrare l’economia mondiale. Il suo governo non conta su una rete di alleati come gli ayatollah. Né su una sfilza di “proxy”. È fragile. E non potrebbe essere altrimenti dato che da mezzo secolo passa di guerra altrui in guerra altrui.
La precisazione non vuole minimizzare i problemi strutturali dello Stato, primo fra tutti il confessionalismo che ostacola la nascita di una coscienza nazionale. Ma cerca di analizzarli nella loro corretta proporzione. È la facilità con cui può essere attaccato, addirittura “tagliato in pezzi”, senza troppe conseguenze, a rendere il Paese la preda perfetta: di miliziani spregiudicati come di vicini bramosi di accrescere la propria influenza e di potenze internazionali. La debolezza da sempre nella storia è una tentazione per i rivali strategici e i nemici interni.
Dopo la Seconda guerra mondiale, però, la comunità internazionale aveva formulato una serie di regole e istituzioni multilaterali in grado di aumentare – in modo non perfetto e mai davvero proporzionale – i “costi” di un’azione unilaterale. Gli ultimi anni di mancata riscossione, però, li hanno di fatto ridotti ai minimi termini. Il Libano può essere, così, cancellato dall’accordo con una riga di penna. E trasformato in una “zona di sacrificio” insieme ai suoi 5,5 milioni di abitanti “usa e getta”. «Vorrei invitare tutti a pensare nel cuore veramente ai tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani, totalmente innocenti», ha detto papa Leone XIV, nel pieno dell’escalation. E, parlando in italiano, ha ripetuto più volte il termine inglese “negotiation”, a mo’ di supplica. «Pensarli nel cuore», secondo l’invito di Robert Prevost, significa non limitarsi a immaginarli come figure astratte, ma sforzarsi di visualizzare le carne, i corpi, le facce di chi è espunto dalle ribalte politiche e mediatiche. Avere il coraggio di guardare negli occhi quanti sono risucchiati nelle voragini geopolitiche. Allora, forse, la guerra non sarà opzione ma una barbarie.

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