La tregua sull'Iran non deve illuderci: le ferite di guerra restano tutte aperte

Il sollievo per essersi fermati a un passo dal baratro non cambia la gravità dei danni causati da questo conflitto assurdo e illegittimo; nella regione del Golfo tutti sono stati sconfitti. Ma lo spazio per una soluzione negoziale non viene mai meno
April 8, 2026
La tregua sull'Iran non deve illuderci: le ferite di guerra restano tutte aperte
Una donna passa davanti a un murale contro Usa e Israele a Teheran /Ansa
Il sollievo di essersi fermati a un passo dal baratro – quando nulla sembrava più bloccare la spirale di dichiarazioni folli, minacce criminali e bombardamenti indiscriminati – non cambia tuttavia la gravità dei danni causati da questa guerra assurda e illegittima che Israele e Stati Uniti hanno voluto scatenare quaranta giorni fa contro l’Iran. Né la tregua deve illuderci: in questi anni, fin troppe volte esse sono servite solo per ricalibrare le strategie, prima di riavviare il conflitto o, peggio, per far distogliere lo sguardo all’opinione pubblica internazionale.
Ma ancor più importante è cercare di rifuggire dalla “logica calcistica”, con la ricerca ossessiva di capire chi abbia vinto e chi perso. Quando è invece assolutamente evidente che in questo conflitto tutti sono stati sconfitti, senza distinzioni. Il regime iraniano si illude di aver vinto per il solo fatto di non essere stato spazzato via: magra consolazione, per un sistema di potere detestato dalla gran parte della sua popolazione, reso ancora più violento e brutale dall’uccisione di buona parte dei suoi vertici e che governa fra le macerie. Ma sconfitto è anche il presidente Trump, il quale appare ormai scollegato dalla realtà delle cose, perso nel suo ego ipertrofico e in caduta libera nei consensi interni. L’aver voluto a tutti costi questa guerra – contro i dubbi dei militari e della sua base Maga – ha sdoganato addirittura il dibattito sulle capacità mentali, tanto che si adombra la possibilità di una sua destituzione. Molto improbabile che avvenga, ma già il fatto che se ne parli evidenzia il prezzo che Trump sta pagando.
Fra i perdenti vi sono poi le monarchie arabe del Golfo, le cui spese militari faraoniche, l’iperattivismo geopolitico e le ambiguità nei confronti dell’aggressività israeliana non hanno bilanciato la loro strutturale fragilità. In particolare, gli Emirati Arabi Uniti – gli alleati di ferro di Israele nella regione – subiscono i colpi maggiori: è il loro stesso modello di Stato a metà fra il Paese dei balocchi e il cinismo della geopolitica che sembra essere franato. Ma sconfitte sono pure le istituzioni internazionali, ormai del tutto marginalizzate, e lo stesso sistema internazionale, che paga più di tutti i costi della crisi energetica causata dal blocco di Hormuz e sembra incapace di reagire alla legge della giungla, per cui conta solo la forza bruta e il disprezzo di ogni regola.
Certo non può cantare vittoria neppure il governo di ultradestra israeliano: Netanyahu sta trascinando lo Stato ebraico verso una condizione di guerra permanente: le sue forze armate si macchiano ormai di evidenti crimini di guerra, con bombardamenti indiscriminati sui civili palestinesi e libanesi. Il tentare di boicottare questa fragile tregua, aumentando gli attacchi militari contro il Libano, ne dimostra la rabbia e l’estremismo. L’immagine di Israele è ormai compromessa agli occhi di buona parte dell’opinione pubblica mondiale, che percepisce la destra nazionalista e messianica di quel Paese come uno dei problemi del Medio Oriente. Un costo forse non materiale, ma con cui dovranno confrontarsi a lungo.
Eppure, a ben vedere, qualche vincitore c’è: sono quelli che hanno rifiutato la logica delle armi e continuato a tenere il filo delle trattative anche nei momenti di maggior pessimismo. L’attivismo del Pakistan – senza il quale non vi sarebbe stata forse questa tregua –, la perseveranza dell’Oman, la moral suasion stessa di Pechino nei confronti di Teheran dimostrano che lo spazio per una soluzione negoziale non viene mai meno. Ed è positivo che lo sforzo sia venuto dall’interno della stessa regione mediorientale, a testimonianza di come il Sud Globale sia un attore sempre più importante e autonomo.
Fondamentale ora è passare dal semplice fermare le armi al lavorare per rimuovere alcuni dei motivi profondi del conflitto. Non illudiamoci: cercare di costruire una pace che non sia solo un equilibrio instabile e provvisorio sarà un lavoro generazionale. Ma fin da subito si può cercare di agire per far valere le ragioni del diritto e delle istituzioni internazionali. Un’occasione che l’Europa non dovrebbe perdere, come purtroppo troppo spesso ha fatto in questi ultimi anni. Non solo perché le nostre economie e i nostri sistemi produttivi sono estremamente dipendenti dal Golfo, e quindi è nostro interesse primario essere attori diplomatici positivi; ma perché è tempo che l’Unione cerchi di tornare ad avere una voce nelle crisi internazionali, tanto più che la deriva in cui sono scivolati gli Stati Uniti li rende alleati inaffidabili e spesso a noi ostili.
Fermate al momento le armi, impegniamoci per far spazio, anche solo un poco, alle ragioni della diplomazia.

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