Vincitori e vinti: chi sale e chi scende con il cessate il fuoco in Iran
di Fabio Carminati
Trump e Vance, i Paesi del Golfo e Israele, il Qatar e il Pakistan, la Cina e la Russia. Il nuovo ruolo di protagonisti, mediatori e degli artefici della tregua dietro le quinte

Tirare le somme sull’Iran in questo momento è chiaramente prematuro, anche perché Donald Trump non ha mai risposto all’unica domanda che in questi 36 giorni il mondo gli ha rivolto: perché? Forse perché dopo i primi giorni di euforia bellica si è accorto in che ginepraio si era infilato? Forse perché si è reso conto di essere stato abbagliato da chi, come Netanyahu, lo ha ritirato in guerra dopo la fallimentare sceneggiata del giugno scorso? Forse perché 32 miliardi di dollari già spesi hanno solo fiaccato ma non abbattuto il regime? Forse perché in pochi giorni ha scatenato quello che il Covid ha provocato alle economie mondiali? O forse, molto più probabilmente, ha compreso cosa potrebbe succedere nel giro degli otto mesi - tanto manca al voto di midterm, con una situazione che in cinque settimane ha portato alla luce nuovi protagonisti e nuovi equilibri internazionali.
LA SUCCESSIONE
Per primo il fronte interno americano. Con la corsa alla successione, nonché il tentativo repubblicano di rafforzarsi a novembre alla Camera e al Senato. Il vicepresidente JD Vance era stato tra i pochi che alla riunione nella Situation Room non aveva dato il “via libera” all’operazione su Teheran. O meglio: era stato il primo a farlo filtrare ai media. Quasi volesse mettere le mani avanti avendo ben presente quello che sarebbe poi successo, cioè quanto preconizzato dagli esperti che avevano avuto il “coraggio” di manifestarlo al presidente. Posizione espressa anche l’altro giorno quando Trump aveva minacciato l’Armageddon ponendo l’ultimatum agli ayatollah. Moderazione? No, è semplicemente l’inizio vero della sua campagna elettorale per il 2028. Di Vance si può dire tutto tranne che vanti capacità di moderazione: apparire come tale comincia però a sganciarlo dal tracotante inquilino della Casa Bianca, nell'attesa dell’esito del voto intermedio di novembre e nella speranza (la sua) che nel frattempo i dem non si destino dal loro sonno della timidezza, l’inflazione torni a far paura e l’economia non galoppi troppo come faceva prima di questa guerra.
IL GOLFO
Poi c’è il fronte regionale. L’Iran, come tutti sapevano, ha dimostrato di possedere le chiavi di Hormuz. Nessuna flotta, nessuna portaerei può violare il naturale “checkpoint” che ha sempre reso vulnerabili le monarchie del Golfo dopo l’avvento di Khomeini. Lo hanno dimostrato il blocco di queste settimane, il brent a oltre 110 dollari, la scarsità di azoto e di gas. Così Arabia Saudita e vicini sono diventati bersagli facili della tecnologia missilistica (foraggiata dal know-how russo), nonostante il flusso di petroldollari alle industrie belliche Usa, fino agli ultimi contratti per gli invincibili F-35. Ridimensionando così anche il ruolo di Netanyahu che si ritrova quantomeno "spuntato" il suo sogno del Grande Medio Oriente.
LA NOVITA’: ISLAMABAD
Ma l’elemento veramente nuovo di questa crisi va cercato oltre i settecento chilometri di confine che lo separano dall’Iran: il Pakistan, l’unico Paese a maggioranza islamica a possedere la bomba atomica. E grande rivale (e nemico) dell’India di Narendra Modi, che vive un rapporto conflittuale con Trump ma è, invece, elemento trainante dei Brics. Il Pakistan, in questi anni di guerre intestine di potere e di premier e presidenti carcerati, a livello internazionale si è dimostrato abile. The Donald da tempo si dichiara “grande amico” del generale Asim Munir che è a capo dell’esercito, mentre nel settembre scorso Islamabad ha completato l’opera di accreditamento internazionale siglando un accordo con Riad sulla reciproca difesa strategica, in pratica scavalcando a destra il tradizionale alleato degli Stati Uniti nel mondo islamico. Un elemento, che sommato alla caduta del potere di mediazione del problematico Qatar, ha portato all'ascesa al podio dei diplomatici pachistani. Sono stati questi ultimi a tirare le fila dell’ultima tregua nel Golfo. Il tutto mentre Islamabad comunque mantiene alta la tensione con i taleban afghani e con il nemico di sempre: New Delhi.
PECHINO ATTENDE LUNGO IL FIUME
Infine, questa guerra sta dimostrando che nella politica delle alleanze contrapposte tra Russia, Cina e Stati Uniti sembra sempre più avvicinarsi l'ora che i tre veri protagonisti della geopolitica globale gettino la maschera. Del silenzio roboante di Vladimir Putin, al quale questa crisi ha giovato più di tutti facendogli recuperare con la vendita del petrolio le spese della guerra in Ucraina, è già stato detto. Meno si è notato il fervore diplomatico cinese. Pechino ha convinto gli ayatollah ad accettare la tregua “breve” al posto della fine totale della guerra che Teheran poneva come precondizione. Lo scopo, restando lungo il fiume ad attendere come insegna il detto cinese, è stato quello di non rafforzare troppo Putin nella sua sempre più marcata vicinanza agli Usa, nonché vantare “crediti" nei confronti di Trump dandogli una mano a uscire dalla palude nella quale è precipitato e aiutare un grande alleato come l’Iran, con il quale ha violato costantemente gli embarghi rifornendosi di petrolio. Inoltre: rafforzare il peso di Teheran nei Brics, e soprattutto dimostrare che in certe realtà come quelle del Medio-Lontano Oriente Xi Jinping è un concorrente di Usa e Israele. A tutti i livelli.
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