Gaza, Libano e Iran: perché più che stallo diplomatico è una “tela di Penelope”

Il no di Netanyahu all’accordo con Hamas che Trump aveva annunciato trionfalmente, l’ammissione da parte del presidente usa che quello con Teheran è solo un “seminegoziato”: equilibrismi all’ombra del voto
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August 10, 2026
Gaza, Libano e Iran: perché più che stallo diplomatico è una “tela di Penelope”
Un soldato libanese ispeziona le rovine del villaggio di Zawtar al-Gharbiyah / MAHMOUD ZAYYAT / AFP
Le macerie di Gaza, le acque dello Stretto di Hormuz, le colline del Libano meridionale: tre fronti dove la guerra continua latente, contenuta dal sopravvivere di negoziati indipendenti che rappresentano al contempo momenti essenziali del grande piano di riordino mediorientale. Da una parte gli Stati Uniti e Israele, la cui storica alleanza è intiepidita dalle rispettive e divergenti necessità elettorali, dall’altra il cosiddetto “Asse della resistenza”, l’Iran, Hezbollah, ciò che avanza di Hamas. A dividere le parti i dettagli e l’implementazione di tre memorandum, ispirati dall’impossibilità della piena vittoria militare e dagli sforzi diplomatici dei maggiori potentati regionali. Le notizie relative al progresso di ognuna delle trattative hanno in comune il paradosso di proclamare come risultati i criteri stabiliti alla sottoscrizione dell’originario cessate il fuoco. Concentriche spire di avvicinamento al risultato, o un eterno ritorno dell’uguale, frustrante o utile a guadagnare tempo, secondo l’identità dei protagonisti.
Il no israeliano al Board
Il piano per la smilitarizzazione della Striscia di Gaza e il progressivo ritiro delle truppe israeliane, covato in silenzio per nove mesi dal Board of peace e accettato la settimana scorsa da Hamas, ha ricevuto domenica una secca battuta d’arresto. I soldati israeliani «non effettueranno nessun ripiegamento finché Hamas non sarà disarmato. Armi pesanti, leggere, tutte le armi», ha dichiarato il primo ministro Benjamin Netanyahu. Una pietra tombale sul principio di simmetria progressiva disegnato a fatica dall’Alto rappresentante del Board Nikolay Maldenov: alla consegna (o distruzione) di una parte dell’arsenale, affidata al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncga), sarebbe seguito l’arretramento dell’Idf, prima dietro la Linea gialla, silenziosamente estesa dal 10 ottobre fino a sfiorare il 70% del territorio complessivo, poi, con cornici sempre più ampie, fuori dalla Striscia. La celebre “fase due” del percorso ufficializzato con la risoluzione 2.803 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
«Facciamo ciò che deve essere fatto per la sicurezza di Israele, e sappiamo come mantenere la nostra posizione, se necessario anche contro i nostri migliori amici», ha affermato Netanyahu riferendosi agli Usa, artefici, promotori del piano e ideatori del Board. Mladenov, intervistato dall’emittente israeliana Channel 12, ha rovesciato il concetto di sicurezza caro al governo e a una larga fetta dell’opinione pubblica: «Ciò che offriamo oggi, procedendo con il piano, è l’unico modo per scongiurare il ripetersi della tragedia del 7 ottobre». Sul terreno, l’unico chiaro segno di acquiescenza ai desiderata del presidente Trump sembra essere la nuova, restrittiva politica dei bombardamenti, la cui approvazione deve ora passare per il capo di Stato maggiore, Eyal Zamir.
I passi indietro sul Libano
Anche in Libano i tempi sembrano dettati dalla tela di Penelope israeliana. Durante gli ultimi colloqui di Roma, dove con la supervisione americana si discutono i dettagli del piano di ritiro dell’Idf dal sud del Paese dei cedri, il capo-delegazione libanese Simon Karam ha abbandonato il tavolo delle trattative, accusando la controparte di voler solo guadagnare tempo, e di sfruttare il fronte libanese come strumento di campagna elettorale.
Sabato è stata diffusa la notizia della convergenza di Beirut e Tel Aviv sull’elenco dei Paesi candidati a verificare il disarmo di Hezbollah, passaggio necessario al ritiro delle forze israeliane e alla conseguente riconsegna all’esercito libanese. Un piccolo passo accolto positivamente a Washington, ma accompagnato, ha riportato l’agenzia Afp , dal rifiuto di Israele di ritirarsi dalle altre “zone-pilota”, a meno che l’esercito libanese non abbia preso pieno controllo delle due aree inizialmente individuate. Ancora una volta è l’ambiguo concetto della sicurezza a garantire la procrastinazione, necessaria a Netanyahu per assorbire le pressioni che vengono dagli alleati estremisti del governo e dall’opposizione, decisa a giocare sulle responsabilità del 7 ottobre una parte decisiva della campagna elettorale in vista del voto del prossimo 27 ottobre.
Nel frattempo continuano le manovre militari. Al centro delle “intense” operazioni si trovano le colline di Ali Taher, dove in un dedalo sotterrano si sono rifugiati da settimane almeno 40 miliziani di Hezbollah, e alcuni Guardiani della rivoluzione iraniani.
L’impasse su Hormuz
La nuova “pax americana” ha un altro punto di stallo, il più importante, nello Stretto di Hormuz. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha dichiarato che anche il raggiungimento di un accordo con l’Oman sul passaggio delle navi, sentito come imminente, non significa la riapertura del corridoio marittimo, legata invece alla fine del blocco navale americano, la cessazione delle sanzioni imposte a Teheran e lo sblocco dei beni congelati, al pagamento delle riparazioni di guerra. Posizione massimalista che vuol punire il mancato rispetto del memorandum di giugno, fondata sul successo strategico nel conflitto e l’incombere delle elezioni americane di mid-term in novembre, dove vantare una “vittoria” sulla minaccia nucleare iraniana sarebbe importante per il partito repubblicano e il presidente Trump, convinto che lo strangolamento economico porterà la Repubblica islamica alla resa nelle trattative. «Stiamo tenendo un profilo basso», ha affermato il tycoon nel corso di un’intervista ad Axios , riferendosi alla possibilità di un ennesimo intervento militare.

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